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Riace, la chiusura dello Sprar? “Le irregolarità andavano sanate prima”

Daniela Di Capua, direttrice del sistema centrale Sprar spiega come si è arrivati alla decisione, dopo due anni di controlli, botta e risposta e correttivi mai applicati. “Lo abbiamo aiutato, siamo andati 5 volte: non abbiamo mai fatto tanta assistenza in loco. Non ci hanno ascoltato”

15 ottobre 2018

ROMA - La circolare del ministero dell’Interno che decreta la chiusura del progetto Sprar a Riace è datata 9 ottobre, e arriva a poche settimane di distanza dal dispositivo del Gip che ha posto agli arresti domiciliare il sindaco della cittadina calabrese, Mimmo Lucano, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma nonostante la tempistica le due vicende, che pur si intrecciano, sono separate, e la decisione sul progetto Sprar arriva dopo due anni di controlli, botta e risposta e criticità non sanate, come spiega a Redattore sociale Daniela Di Capua, direttrice del Sistema centrale Sprar del ministero dell’Interno.

Come e perché si è arrivati alla decisione di chiudere il progetto Sprar di Riace?Innanzitutto va detto che questa decisione non ha nulla a che fare con la vicenda penale che riguarda Mimmo Lucano. La chiusura del progetto ha a che fare con alcune criticità e irregolarità riscontrate negli anni. Si tratta di una vicenda iniziata due anni fa. Noi facciamo sempre dei controlli, è una procedura prevista dal Dm del 10 agosto 2016, di accesso allo Sprar. E’ previsto che si facciano visite di monitoraggio su tutti i progetti e dei controlli amministrativi sulle rendicontazioni. Quando emergono delle criticità prepariamo un report scritto, un follow up, che viene inviato al Comune titolare del progetto, agli enti attuatori e al ministero dell’Interno per conoscenza. A questo punto si apre la fase di interlocuzione: il Comune, infatti, è tenuto a dare un riscontro spiegando cosa intende fare per sistemare tutto ciò che non va. Di solito dopo poco tempo le cose si risolvono, ma se ciò non accade torniamo a visitare il progetto. Quando poi nonostante tutto le criticità permangono e vengono reiterate, vengono assegnate al progetto delle penalità. Per esempio una penalità grave riguarda la mancata consegna del rendiconto. Su Riace è successo questo: la prima visita è avvenuta nel 2015 e sono venute fuori diverse irregolarità, di cui alcune di tipo amministrativo. Per esempio Lucano si è inventato la moneta locale. Abbiamo spiegato che secondo la legge dello Stato non si poteva fare, che in caso si poteva utilizzare questa moneta come se fossero buoni pasto ma il sistema andava aggiustato. Non siamo stati ascoltati. Il ministero, proprio perché si trattava di Riace, e il progetto era molto conosciuto, ci ha chiesto di andare a spiegare come fare: siamo andati 5 volte in due anni, non avevamo mai fatto tanta assistenza in loco per aiutare un progetto. Ma il Comune non si è mosso. Dopodiché il ministero ha avviato la procedura: ha scritto al Comune evidenziando le penalità riscontrate, chiedendo le controdeduzioni prima di avviare la procedura di revoca. Ma niente, Mimmo Lucano ha di nuovo mandato deduzioni non risolutive alle questioni contestate. Per questo oggi la chiusura è un atto dovuto.

Quali sono le principali irregolarità contestate?
Per esempio l’utilizzo dei buoni per i lungosoggiornanti, persone che continuavano a stare in accoglienza senza averne più diritto e senza aver avuto la proroga, che andrebbe invece richiesta al Servizio centrale. Inoltre non c’era corrispondenza tra persone e strutture per colpa di una sovrapposizione tra Cas ( centro di accoglienza straordinario, ndr) e Sprar. Nella pratica, non siamo riuscita a capire quali fossero le persone in carico al Servizio centrale e quali in carico alla Prefettura. Per questo per due volte con noi è venuta anche la Prefettura di Reggio Calabria, che aveva la competenza sulla parte Cas (Poi chiuso nel 2017, ndr).

Perché tanta rigidità nei controlli a Riace?
E’ una rigidità che non riguarda solo Riace: da sempre il nostro controllo sui rendiconti è serrato e questo serve a garantire che i fondi pubblici siano gestiti in maniera trasparente garantendone il corretto utilizzo, senza profitti o ruberie. E’ diverso il caso dei Cas che rendicontano a fattura, ma nel caso dei progetti Sprar è così. Sappiamo bene che per i Comuni questo tipo di rendicontazione è una fatica enorme, per questo nell’ultimo decreto abbiamo previsto che fosse pagato dallo Sprar anche la figura di un revisore indipendente, che possa fare il primo controllo. 

Che cosa succederà ora ai migranti in accoglienza? Verranno trasferiti come si è detto?
Ho sentito parlare di trasferimenti, addirittura di deportazioni. Anche in questo caso stiamo seguendo la procedura ordinaria: quando un progetto chiude, per esempio in caso di revoca o rinuncia, bisogna trasferire le persone per loro tutela. Non possono rimanere in un progetto non finanziato perché non possono essere mantenute e non possono usufruire dei servizi. Questo trasferimento non è obbligatorio: noi analizziamo chi è ancora in accoglienza e avrebbe diritto a proseguire, cerchiamo dei posti adeguati e più vicini a dove sono ospitati e poi il Comune deve farsi carico di proporre queste alternative ai suoi beneficiari, così che possano scegliere. Se decidono di non muoversi devono sapere che escono dal progetto Sprar. Di certo non arriverà nessun pullman a deportarli, come è stato detto. 

La chiusura dello Sprar a Riace non rischia di far sparire anche l’esperienza simbolica di questa piccola comunità, famosa nel mondo proprio per aver guardato all’accoglienza come risorsa?
Il modello su cui Riace ha improntato il suo sistema è antico e nasce addirittura prima dello Sprar. E’ stato sicuramente un esempio virtuoso: si è trattato del modello Sprar ben attuato dal Comune di Riace con un’accoglienza diffusa in piccoli numeri e percorsi di inclusione sociale. Un progetto in cui sia i migranti che gli autoctoni trovano un vantaggio nell’essere insieme. Va sottolineato anche l’impatto economico importante che il progetto Sprar ha portato in un comune piccolo come Riace. Considerarlo un simbolo ha senso per la grandissima propensione all’accoglienza e alla solidarietà che ha sempre manifestato e dichiarato il sindaco, Mimmo Lucano. Però il progetto in sè ha delle debolezze dovute alle irregolarità amministrative di gestione e al numero troppo elevato di persone che, tra Cas e Sprar, sono lì in accoglienza. In questo momento sarebbe importante per il tema dell’accoglienza allargare lo sguardo e rendere visibili gli altri piccoli comuni che portano avanti i progetti Sprar in maniera eccellente. (Eleonora Camilli)

Leggi anche l'intervista a Gianfranco Schiavone, consulente legale del Comune di Riace

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