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Giovani detenuti e studenti insieme per la vendemmia sul parco dell’Etna

Registra buoni risultati il progetto avviato dall’Istituto minorile di Acireale. Roberto Putzu (educatore): “I nostri ragazzi si prendono cura della vigna e del frutteto e alcuni di loro, dopo l’esperienza nei campi, hanno trovato impiego in aziende vitivinicole del territorio”

17 ottobre 2018

CATANIA – Ragazzi dell’Istituto penale minorile, studenti dell’istituto Agrario in alternanza scuola-lavoro e giovani in esecuzione penale esterna insieme per vendemmiare l’uva che produrrà il “Vino Ricercato”. L’esperienza arriva da Catania dove i ragazzi dell’Ipm di Acireale insieme agli studenti dell’Agraria "Eredia" e a giovani in messa alla prova o in affidamento al Servizio Sociale per minori stanno compiendo un percorso molto significativo. Stessa età, storie di vita completamente diverse, un unico obiettivo nelle giornate vissute insieme: coltivare quelle viti che per molti di loro rappresentano una possibilità nuova e insperata di ricostruire esistenze tanto giovani quando complesse.

“Il progetto – racconta Roberto Putzu, educatore dell’Istituto per minori di Acireale diretto da Carmela Leo – è nato nel 2013 e i lavori in vigna sono iniziati nel gennaio del 2014. Ogni anno si alternano sui campi in media sei ragazzi dell’Ipm, tra i 16 e i 24 anni, e da due anni anche i giovani dell’Ussm, il servizio sociale per minori, di Catania: quest’anno ne abbiamo uno dall’Ussm e solitamente sono sottoposti a misure diverse, tra messa alla prova e affidamento in prova al servizio sociale. Mentre i giovani che escono dal carcere sono tutti in articolo 21 (autorizzazione al lavoro esterno). Una ventina, in media, gli studenti in alternanza scuola-lavoro”.

In cosa consiste e quanto dura il progetto?
“Il progetto è partito dall’Ipm di Acireale, ha come partner il ministero della Giustizia e ha raccolto nel tempo le collaborazioni dell’Ussm di Catania e dell’Istituto agrario Eredia. Dura tutto l’anno e consiste nella cura della vigna. A gennaio si inizia la pota a legno che finisce a marzo. Poi si zappa e si concima la terra. Si passa quindi alla pota verde: quando la vigna rigenera di nuovo, si eliminano le gemme sovra numerali e per altri due mesi si va avanti con questo lavoro. In seguito si passa alla defoliazione per fare respirare l’uva e si usano prodotti biologici, come zolfo e rame, per evitare il proliferare delle malattie tipiche della vite”.

Non solo vigna, i ragazzi dell’istituto minorile curano anche un frutteto…
“Sì, nel progetto c’è anche un frutteto, attiguo alla vigna. Sia il vigneto che il frutteto sono patrimonio dell’Unesco perché rientrano nel parco dell’Etna e costituiscono un campo scuola, o campo collezione, devo ci sono 36 diverse varietà di viti autocnone siciliane, più di 30 tipi di mele tipiche dell’Etna, una ventina di tipi di pere, prugne, pesche, ciliegie e fichi. Abbiamo anche cloni che possediamo solo noi. Quest’anno abbiamo rimplementato il frutteto con una donazione del Rotary di Catania e messo a dimora 45 piante di mele cotogne che verranno innestate a pera”.

Quali sono le competenze che acquisiscono i ragazzi?
“In questo progetto i giovani dell’Ipm e dell’Ussm acquisiscono competenze in campo agricolo per quanto riguarda la cura del vigneto e del frutteto mentre i ragazzi dell’istituto agrario hanno la possibilità di vivere un’esperienza fuori dal comune: è per entrambi i gruppi un momento importante”.

Che tipo di rapporto riescono a instaurare tra loro?
“C’è un bel confronto: avendo la stessa età, nonostante arrivino da esperienze diverse, non hanno difficoltà ad approcciarsi o a entrare in relazione o empatia. E’ un’esperienza positiva per tutti, senza ombra di dubbio, anche perché serve ad ambedue le parti: per i primi a capire che si può fare una vita normale e reintegrarsi senza troppi problemi, mentre ai secondi dà modo di vedere che ci sono storie più sfortunate delle loro e fa dare il giusto valore e il giusto approccio a quelle che sono le difficoltà che tutti i ragazzi di quell’età, essendo adolescenti, si tirano dietro e vivono”.

“Quest’anno – conclude Roberto Putzu - abbiamo rimpiantato tra marzo e maggio mille barbatelle nuove che dovranno essere innestate e con l’occasione avremo modo di trasmettere le competenze anche in materia di innesto. Le barbatelle sono piccole viti americane. Alla fine dell’800 un ragnetto, la filossera, distrusse tutte le viti europee. Si scoprì che la vite americana, un tipo di vite che però non fruttifica, era resistente a questo ragno. Da allora si pianta la vite americana e quando cresce si innesta il clone della vite europea: insieme, ognuna con i propri punti di forza, danno vita a una pianta forte e di qualità. Un po’ come speriamo avvenga con i nostri ragazzi. Alcuni di loro, dopo l’esperienza nei campi hanno trovato impiego in aziende vitivinicole del territorio. Un risultato che ci dà soddisfazione perché è un ottimo ritorno e dimostra che l’investimento funziona. Non sempre purtroppo, ma talvolta funziona”. (Teresa Valiani)

© Copyright Redattore Sociale

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