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"Individui prima che migranti": 20 ritratti di rifugiati raccontano la loro identità

Si chiama "Io sono" la mostra fotografica che racconta le identità di 20 rifugiati e richiedenti asilo, sbarcati in Italia, affiancati da testi che ne raccontano le storie personali. Storie di affrancamento e voglia di riscatto accomunate da un netto rifiuto nei confronti di tutto ciò che è violenza e sopraffazione

22 ottobre 2018

Io sono-I am, Adama. Foto: Menazzi Moretti, 2017
Io sono-I am, Adama

FERMO – Io sono Muhamed, io sono Poul, Jamal, Fatuma, Yakouba, Sardar, Ahamad, Manal, Marwa, Abdulhai, Khaled, Maram, Salwa… Arrivano da Afghanistan, Pakistan, Siria, Nepal, Libia, Gambia, Nigeria, Senegal, Egitto, Congo, Mali, Costa d’Avorio, Eritrea ed Etiopia, i protagonisti del progetto fotografico “Io Sono” di Luisa Menazzi Moretti. Realizzato nel 2017, ha coinvolto le persone accolte nei progetti Sprar della Basilicata, promossi dalla provincia di Potenza e dal comune di Matera. Venti ritratti fotografici di grandi dimensioni di rifugiati e richiedenti asilo, sbarcati in Italia, affiancati da testi che ne raccontano le storie personali.

Non sappiamo nulla di loro. “Ho incontrato persone arrivate nel nostro Paese alla ricerca di una vita migliore – spiega l’artista che per mesi ha ascoltato e fotografato i richiedenti asilo nei centri italiani dove oggi risiedono -. Insieme a moltissime altre sbarcano e si confondono nell’indistinto afflusso di uomini e donne senza volto e senza storia. Non sappiamo nulla di loro. Da dove vengono, chi sono? Li vediamo da lontano. In televisione, su internet, paiono tutti uguali”. Dal racconto di Adama, che ha solo diciotto anni e viene dal Senegal: “mio zio mi ha promessa in sposa a un suo amico, era molto vecchio, avevo quattrodici anni. Ho deciso di scappare, da sola. Sono stata costretta ad andare via: o mi sposavo o mio zio mi uccideva”; a quello di Muhamed dal Mali “c’è la guerra civile, senza fine. Volevano lapidarmi, hanno lanciato pietre. Ho cicatrici sulla testa, sulla spalla, sulla gamba”.

Io sono-I am, Muhamed. Foto: Luisa Menazzi Moretti, 2017
Io sono-I am, Muhamed

Accomunati da un netto rifiuto alla violenza. Tutti i migranti ritratti “sono costretti, per poter continuare a vivere, a scappare”. Quelle raccontate dall'obiettivo sono storie diverse l'una dall’altra, storie di “affrancamento e voglia di riscatto” per nulla scontate, accomunate “da un netto rifiuto nei confronti di tutto ciò che è violenza e sopraffazione”. Dal sasso dipinto di Muhamed, sfuggito alla lapidazione, alla candelina azzurra di Joy, che celebra il primo compleanno di suo figlio, salvato dalla persecuzione di Boko Haram. Ogni ritratto è affiancato oltre che alle parole, da un oggetto simbolico “particolarmente evocativo” che ognuno ha scelto “quale segno per rappresentare la sua vicenda unica e individuale”. La mostra arriva a Napoli dal 25 ottobre al 23 novembre al Pan, Palazzo delle Arti (inaugurazione, 24 ottobre alle ore 18). Dopo la tappa napoletana sarà a Milano. Il progetto comprende anche un video e il libro “Io sono” edito dalla Giunti Editore. Il lavoro è corredato da una speciale guida didattica, strumento di approfondimento per sviluppare nelle scuole originali programmi sul rispetto dei diritti umani. Promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è stata prodotta da Fondazione Città della Pace per i Bambini Basilicata, Cooperativa Sociale il Sicomoro e Arci Basilicata. 

Individui prima che migranti. “E’ difficile riuscire a concepire il loro essere innanzitutto individui prima che migranti” – confida Luisa Menazzi Moretti–. Le persone che ho incontrato in Basilicata, grazie al lavoro svolto dagli operatori sociali, sono state messe nella condizione di poter costruire per sé stessi e con le comunità locali, una nuova vita”. Un racconto corale della condizione dimigrante che pone al centro il riconoscimento di un'identità e l’unicità di ogni singola esperienza. (slup)

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"Io sono". La mostra che racconta per immagini le identità di venti migranti

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