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Libano, terra di diritti negati per le lavoratrici domestiche straniere

Sono 250 mila in tutto il paese, arrivano soprattutto da Sri Lanka, Etiopia, Filippine e Nepal. Il loro permesso di soggiorno è strettamente legato allo "sponsor", cioè al datore di lavoro, che se ne approfitta sistematicamente: diritti negati, nessun salario minimo, zero vacanze e permessi. E il tasso di suicidi fra queste donne è fra i più alti

06 novembre 2018

In Libano ci sono più di 250 mila lavoratrici domestiche che vedono i propri diritti violati di continuo. Arrivano da Asia e Africa, soprattutto da Sri Lanka, Etiopia, Filippine e Nepal. Un fenomeno che ha origini antiche e, per alcuni versi, comuni ad altri Paesi dell’area.

Un sistema schiavitù. Alla base di questa situazione c’è la Kafala, una forma di schiavitù diffusa in gran parte della zona mediorientale e che vincola gli immigrati ai cosiddetti “sponsor”. Un meccanismo che funziona così: le famiglie in cerca di una domestica si rivolgono a un’agenzia specializzata, che si occupa del visto e di far arrivare la ragazza. A questo punto, il laccio è stretto: il permesso di lavoro in Libano ha la durata del contratto e se le donne volessero protestare per le condizioni a cui sono sottoposte o per gli abusi subiti, perderebbero il diritto a restare nel Paese.

Diritti violati. Stando agli ultimi dati in materia resi disponibili dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), in Libano le domestiche immigrate lavorano circa 16-17 ore tutti i giorni. E questo per una paga media che non supera i 200 dollari al mese. Ma non è tutto. Il Codice del lavoro di Beirut, infatti, esclude le lavoratrici domestiche che lavorano in abitazioni private dalla protezione prevista dalla normativa nazionale sul lavoro. Per esempio, quindi, queste donne non possono accedere a salario minimo, vacanze e permessi. E non possono neppure associarsi liberamente, contrariamente a quanto garantito, invece, dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, peraltro ratificata da Beirut ben 46 anni fa.

A questi abusi “istituzionalizzati”, vanno poi sommati quelli verbali e fisici che queste ragazze subiscono con frequenza tra le pareti domestiche. Spesso, infatti, si registrano casi in cui il padrone di casa trattiene il passaporto e documenti vari che appartengono alla dipendente, così da avere un’arma di ricatto per impedirle di uscire. Attualmente si calcola che proprio a causa di questa situazione di diritti negati, ci siano in media due morti ogni settimana tra le domestiche arrivate in Libano da altri Paesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di suicidi.

Le crepe profonde dell’accoglienza libanese. Le domestiche, così come più in generale tutti i richiedenti asilo e rifugiati che si trovano in Libano, sono costrette a scontrarsi con la realtà dei centri di detenzione per stranieri. Secondo una ricerca del Lebanese Centre for Human Rights, in particolare, sono ancora tante le vittime di tortura e maltrattamento che in questi centri subiscono violazioni dei diritti da parte degli stessi agenti. E anche il Comitato Onu contro la tortura nel maggio 2017 aveva chiesto alle autorità di non detenere più i migranti per tempi lunghi e di utilizzare questa soluzione in pochi e motivati casi e, in ogni caso, per un arco di tempo estremamente limitato.

L’articolo integrale di Francesca Calcavecchia (Master in Diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), che scrive da Beirut, “Libano: condizioni disumane per le lavoratrici domestiche immigrate”, può essere letto su Osservatorio Diritti

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