:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Casa Rupe, una struttura che accoglie migranti con dipendenze da sostanze

Nasce a Sasso Marconi nell’ambito del progetto Sprar Vulnerabili della Città metropolitana di Bologna la struttura dedicata all’accoglienza di richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria con trascorsi di dipendenza da sostanza. A regime, accoglierà 6 uomini

07 novembre 2018

BOLOGNA - Al momento gli ospiti sono 4, ma presto diventeranno 6. Hanno meno di 30 anni, vengono dall’Africa e dall’Est Europa. C’è chi ha problematiche legate all’abuso di alcolici, chi all’abuso di sostanze e psicofarmaci. “Va ricordato che queste persone non hanno solo un trascorso di dipendenza, ma anche problematiche psichiatriche, _nella maggior parte dei casi legate a un disturbo post traumatico da stress dovuto alle situazioni invasive e stressanti vissute nel Paese d’origine o durante il viaggio che li ha condotti sin qui”. A parlare è Sara Montipò di Open Group, che ha curato il progetto sin dall’inizio. Il progetto si chiama “Casa Rupe”: si tratta di una struttura Sprar dedicata all’accoglienza di richiedenti asilo e titolari di protezioni internazionale e umanitaria con trascorsi di dipendenza da sostanze aperto da poco a Sasso Marconi, un appartamento adiacente alla comunità La Rupe che accoglie, come Sprar, 28 uomini.

Il progetto mette in connessione il percorso terapeutico e quello verso l’autonomia che caratterizza lo Sprar. “I ragazzi ci vengono segnalati e c’è una prima valutazione, prima dell’ingresso – spiega Montipò –. Per esempio, viene analizzata la tipologia di dipendenza, le problematiche della persona e la compatibilità con la nostra proposta. Una volta entrati, si intraprende un percorso di vita comunitaria”. Ci sono le attività quotidiane, l’ergoterapia condotta con il lavoro e i laboratori insieme con gli altri ospiti; l’assistenza legale; l’assistenza sanitaria. “Soprattutto, c’è il percorso per affrontare il tema della dipendenza. Il tutto è gestito con il SerT, che ha in carico gli ospiti”.

A Casa Rupe ci sono anche altri 2 posti per persone di origine straniera: si tratta dei Peer, “pari”, vale a dire operatori residenti con una vita normale, che lavorano o studiano ma vivono nella struttura e diventano un punto di riferimento per le persone accolte. “Per ora ce n’è solo uno, ma appena saremo a regime saranno due. Si tratta di persone con alle spalle un percorso di autonomia riuscito, che oltre a essere supporto sono anche modello in prospettiva. Sin dall’inizio abbiamo pensato che non fosse necessaria una presenza 24 ore su 24, anche perché c’è un presidio permanente nella comunità adiacente”.

Gli ospiti possono rimanere in struttura circa un anno, un anno e mezzo: “Lo Sprar ha tempistiche serrate, ma è possibile chiedere proroghe: è imprescindibile tenere sempre in considerazione la problematica della persona”. L’equipe multidisciplinare che segue i 6 ragazzi imposta un percorso che li possa portare ad acquisire la migliore stabilità possibile. Contemporaneamente, si ragiona su cosa possa fare la persona al momento dell’uscita: “In alcuni casi si rende necessaria la prosecuzione del percorso in un’altra struttura, e in quella direzione ci muoviamo. Abbiamo a che fare con numeri piccoli, per questo lavoriamo su progettualità singole su misura per ognuno”.

Casa Rupe fa parte dello Sprar Vulnerabili DM/DS (Disagio Mentale/Disagio Sanitario), progetto socioeducativo che ha come obiettivo principale la tutela della salute psico-fisica di richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria in condizione di vulnerabilità non cronica. Ai beneficiari viene garantito un supporto educativo, terapeutico e riabilitativo nel percorso di riconquista e potenziamento delle capacità e delle autonomie personali. Sul territorio bolognese si tratta di 60 posti (gestiti, nel complesso, da due Ati, associazioni temporanee di imprese, e da Asp Città di Bologna), 6 dei quali, appunto, realizzati in Casa Rupe: “Open Group è il risultato di una fusione tra varie cooperative, tra cui il Centro di accoglienza La Rupe, che vanta alle spalle una storia trentennale nell’ambito della cura alle problematiche di dipendenza – ricorda Montipò –. In questo progetto abbiamo unito due dei punti di forza di Open Group: il trattamento delle dipendenze e l’accoglienza dei migranti. Mettendo insieme queste esperienze abbiamo creato qualcosa di nuovo, che non esisteva prima, provando così a fornire una risposta a una domanda relativamente recente ma impossibile da sottovalutare”. (Ambra Notari)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa