Migranti, taglio dei 35 euro? “Ora solo profitti senza servizi, mangiatoia vera”

Le conseguenze del taglio sull'accoglienza: grandi centri, no a corsi di italiano e servizi di integrazione fino all'ottenimento dello status. In Migrazione: "A rischio 18mila posti di lavoro". Miraglia (Arci): "Favorito chi vuole lucrare". Morcone (Cir): "Le associazioni oneste si tireranno indietro"

08 novembre 2018

ROMA - Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha presentato le nuove linee guida degli appalti per i servizi d'accoglienza. Come già annunciato da tempo l'obiettivo era tagliare i 35 euro pro capite pro die erogati per la gestione dell'accoglienza, portandoli a 19-26 euro. “Abbiamo portato ordine, regole, serietà e trasparenza in un fenomeno dell'accoglienza che era diventato un mercimonio, un business fuori da ogni controllo, pagato dal contribuente" ha detto Salvini. Ma le organizzazioni che si occupano di diritti in Italia criticano duramente  il provvedimento e parla dell’inizio “della mangiatoia vera”. 

Come vengono tagliati i 35 euro. Secondo il provvedimento illustrato dal Viminale, le risorse erogate per l’accoglienza ai migranti saranno equiparate a quelle degli ospedali e i servizi offerti saranno esclusivamente quelli basilari: vitto, alloggio, vestiti, pulizie. I corsi di italiano e tutte le attività volte all’inserimento lavorativo e all’integrazione saranno ad -esclusivo appannaggio di coloro che hanno già ricevuto la protezione in Italia.  “Il ragionamento è che non ha senso offrire servizi in più se poi il soggetto sarà giudicato irregolare da espellere", spiega il Viminale. Inoltre, più grandi saranno i centri di accoglienza, più bassi saranno i costi. Chi, tra gli immigrati, sarà ospitato in piccoli appartamenti si farà le pulizie da solo e cucinerà da sé - spiega ancora il Viminale. ,

Cir: “Le associazioni oneste si tireranno indietro, basterà un albergatore fallito a fare accoglienza in questo modo”. Secondo l’ex dirigente del dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero e oggi direttore del Centro italiano rifugiati, Mario Morcone le persone resteranno “congelate”:  “Nel momento in cui si tagliano i servizi come l’apprendimento della lingua italiana, i percorsi legali e di inclusione nel paese si ditrugge tutto quello che si è cercato di costruire in questi anni. Tutte le eventuali possibilità di formazione e di avvio al lavoro vengono meno. Il rischio è la marginalizzazione”. Secondo il prefetto, inoltre, saranno sempre meno le associazioni “oneste”, disposte a erogare servizi a un costo così basso. “Le associazioni hanno anche dei valori - sottolinea Morcone - per fare un servizio, che non definirei neanche di accoglienza, dove si tratta di dare solo da dormire e da mangiare basterà un albergatore fallito”.

Arci: "La mangiatoia non è finita, è appena iniziata". Sulla stessa scia anche Filippo Miraglia di Arci: “L’argomentazione che si usa è che per le cooperative che finora hanno lucrato, la mangiatoia è finità. In realtà è appena cominciata - spiega -. Si ritireranno dai bandi i soggetti seri che fanno accoglienza non per mangiarci e basta, ma perché hanno un legame col territorio e mettono al centro l’interesse delle persone. Anche noi, se le condizioni sono queste, valuteremo il da farsi. Non è perseguibile un’accoglienza fatta in questo modo. Rimarranno solo i soggetti che vogliono lucrare e che avranno tutto l’interesse ad aprire grandi centri”. Per Miraglia la “combinazione della riduzione dello Sprar per legge, che è l'unico sistema pubblico di accoglienza, e l'abbassamento della quota pro capite pro die dei Cas produrrà un danno enorme alle comunità locali che qualsiasi sindaco può testimoniare, a prescindere dal suo orientamento politico”. La “fine della mangiatoia - sottolinea ancora Miraglia - la si poteva ottenere spostando l'accoglienza tutta nel sistema pubblico degli Sprar, diffuso, trasparente con una rendicontazione analitica dettagliata. Ora invece si produrrà il contrario: e le persone resteranno parcheggiate, a bivaccare nei centri, senza prospettive di inserimento”.

Tagli non solo ai servizi per i migranti ma anche all’occupazione: a rischio 18 mila posti di lavoro qualificato. In un lungo report In Migrazione analizza il nuovo schema di Capitolato per la gestione dei centri di accoglienza sottolineando le possibili conseguenze, non solo sui servizi ma anche sull’occupazione degli operatori impiegati nei centri. “Il provvedimento – spiega il presidente  Simone Andreotti –  appare esclusivamente e ossessivamente incentrato sul tagliare i famosi 35 euro, abdicando alla necessità di riformare il malandato sistema di prima accoglienza Italiano. Voci di costo tagliate che comportano un complessivo peggioramento della situazione, con possibili effetti gravi, tanto sui richiedenti asilo accolti, quanto sulla comunità ospitante”. I tagli previsti dalle nuove linee guida riguardano infatti esclusivamente costi legati all’erogazione di servizi (integrazione, vulnerabilità, presidio della struttura, sanità) garantiti con l’impiego di risorse umane, ovvero di figure professionali specializzate. Un’occupazione principalmente giovanile che dal Sud al Nord del Paese era stimata in oltre 36.000 posti di lavoro qualificati. Con le nuove linee guida del Ministero dell’Interno e il taglio ai servizi e alle dotazioni minime di personale richieste, si arriva al rischio di perdere la metà di questi posti di lavoro, ovvero di generare almeno 18.000 nuovi disoccupati. “Il presunto risparmio (usato come copertura per la discussa Legge finanziaria – dichiara Simone Andreotti - viene di fatto semplicemente spostato dal Ministero dell’Interno al Ministero del Lavoro, che dovrà spendere fondi per le misure di sostegno al reddito e per la disoccupazione di coloro che perderanno il lavoro”. Secondo In Migrazione sarà alto anche il il prezzo per le amministrazioni comunali, che vedranno impennarsi i costi di servizi sociali e sicurezza per persone accolte nei Cas senza alcun servizio per l’integrazione.

A rischio la prese in carico dei soggetti vulnerabili. Secondo l’analisi di In Migrazione nel 2017 le associazioni e le cooperative che hanno partecipato a bandi per l’apertura di Cas con numeri fino a 50 posti sono 1.048 (il 57% del totale). Soggetti che, con i tagli previsti, probabilmente non parteciperanno ai prossimi bandi, determinando una carenza di posti rispetto alla necessità. Elemento che - spiega il report - potrebbe far saltare i conti affrettati del Ministero dell’Interno e riaprire, ancora una volta, le porte ad un’emergenza profughi. Inoltre, l’intero schema mette in crisi anche la presa in carico dei soggetti più vulnerabili: “nelle dotazioni minime di personale, che sono parte integrante dei bandi e che definiscono il personale da garantire, sparisce lo psicologo e diminuiscono pesantemente le ore minime settimanali dell’assistenza sociale. In Centri di accoglienza che ospitano sino a 50 persone viene chiesta la presenza dell’assistente sociale per sole 6 ore a settimana. Senza contare il tempo da dedicare allo scrivere relazioni e al lavoro di segreteria, ogni ospite potrà quindi incontrare per eccesso l’assistente sociale in media per 28,8 minuti al mese (prima la media era di 86,4 minuti al mese)”. Lo stesso vale per i servizi di assistenza sanitaria per i quali è prevedibile un vero crollo delle prestazioni minime richieste. In Centri di accoglienza che ospitano sino a 50 persone viene chiesta la presenza del medico per assicurare una media di 4 ore per ogni ospite all’anno, senza più l’obbligo di avere in struttura la presenza di un infermiere. Per i centri più grandi la media di presenza settimanale del medico per ospite scende a 19,2 minuti. (Eleonora Camilli)

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