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Ragazzi "ritirati" in casa: maestri d'arte per superare il disagio

A Bologna un progetto li aiuta a recuperare il contatto con la realtà e a socializzare, attraverso l'uso della stampante 3d e seguiti da un maestro d'arte. Crous presidente della cooperativa Eta Beta. "Lavorare con le mani dà grande soddisfazione e non stanno in camera da soli"

08 novembre 2018

BOLOGNA - “Col progetto Fare Tag – Maestri d'arte ci occupiamo del disagio dei
ragazzi che si chiudono attraverso internet, di quelli che non escono di casa, di quelli
che hanno difficoltà ad andare a scuola o a vedere gli amici”. Da due mesi la
cooperativa Eta Beta di Bologna segue 4 ragazzi, al momento tutti maschi, attraverso
“un progetto di socializzazione e osservazione”, spiega il presidente Joan Crous, e
aggiunge: “E' importante che le istituzioni se ne occupino, è un numero importante
quello scoperto”, aggiunge commentando i risultati della rilevazione condotta
dall'Ufficio scolastico regionale dell'Emilia-Romagna , che ha registrato 346
segnalazioni da parte di 687 scuole su adolescenti che non vanno più a scuola e si
chiudono in casa.

“Stiamo lavorando singolarmente su ogni ragazzo, hanno difficoltà in certi momenti
della giornata verso l'esterno, nelle relazioni a scuola o con gli amici, in famiglia,
nello studio, cerchiamo di potenziare i fattori di integrazione sociale. Se il progetto
prosegue, da gennaio vorremmo cominciare a costruire un gruppo che lavori
insieme”, spiega Crous. “Nel frattempo osserviamo questi ragazzi, sono neo
maggiorenni, a volte non hanno patologie psichiatriche ma solo un forte disagio ad
affrontare il mondo esterno, che è sempre più competitivo e loro non riescono a stare
al passo. Lavoriamo in contatto con le scuole e con i servizi territoriali dell'Ausl Città
di Bologna. Questo progetto riguarda solo i ragazzi, perché sarebbe difficile in questo
spazio risolvere eventuali problemi nel rapporto coi genitori. Abbiamo scelto di
creare uno spazio educativo per ragazzi”.

Il ragazzo viene accompagnamento individualmente da un maestro d'arte in attività
pratiche. “La cosa più difficile è fare l'aggancio, fare in modo che vengano volentieri.
All'inizio insistiamo un po' ma, una volta che si sono convinti, si trovano
fantasticamente bene. Non avevano mai visto saldare un ferro, levigare una
bottiglia... Ad esempio è arrivato un ventunenne, seguito anche dal Centro di salute
mentale, con grandi problemi di socializzazione e di autolesionismo, appassionato di
serie tv fantasy, come molti adolescenti. Ora il suo scopo è venire qui per costruirsi
maschere, spade e oggetti di cui prende via internet le misure precise, fa un prototipo
con la stampante 3d e insieme al maestro d'arte li realizza. Lavorare con le mani 
dà grande soddisfazione e non stanno in camera da soli. In questo modo li stiamo
portando ad avere un contatto concreto con la realtà”. La stampante 3d viene usata
come strumento per collegare i sogni dei ragazzi e la realizzazione artigianale di
quello che altrimenti continuerebbero a fantasticare nel loro isolamento.
La parola hikikomori per definirli non convince fino in fondo Crous: “Capisco che
renda l'idea della persona che si ritira in uno spazio molto stretto, ma rispetto alla
realtà giapponese quella latina ha tante differenze, si va dal minore straniero che
arriva in Italia portandosi dietro il trauma della migrazione al ragazzo che cresce con
genitori troppo protettivi”.

“Attenzione a definire la persona che sta in casa un malato, è una persona ce ha 
difficoltà relazionale e sociale. Il nostro progetto crea un luogo di osservazione e
socializzazione non connotato sulla malattia. E' il grande problema del futuro, lo
smartphone ha ammazzato le relazioni, ma chi dice che quel mondo non crei altri tipi
di relazioni che dobbiamo scoprire?” (Benedetta Aledda)

© Copyright Redattore Sociale

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