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Emanuele, sub: "Così sono tornato a immergermi dopo l'incidente in mare"

La storia di Emanuele Ciancio e del suo incontro con Disabled divers international: durante un'immersione, un'embolia midollare ha indebolito per sempre le sue gambe. Dopo 10 mesi di ospedale, ha buttato via l'attrezzatura. Tre anni dopo DDI l'ha riportato in acqua: “Le mie gambe sanno ancora pinneggiare”

09 novembre 2018

ROMA - L'ultimo respiro non è stato, fortunatamente, l'ultimo: Emanuele Ciancio, subacqueo appassionato, dopo l'incidente in acqua non solo è tornato a respirare, ma perfino a immergersi. Ci è voluto un po', certo, e le cose sono decisamente cambiate: ma grazie all'aiuto dell'associazione “Disabled divers international (Ddi), ha trovato il coraggio di indossare di nuovo l'attrezzatura di cui si era voluto liberare appena tornato da 10 mesi di ospedale. Si è poi tuffato di nuovo, accompagnato dagli istruttori che gli hanno insegnato a riavvicinarsi a quel mondo: il suo corpo era tanto cambiato, ma “le mie gambe non avevano dimenticato come si pinneggiava”. Emanuele Ciancio trasmette viva la sua emozione, quando racconta la sua storia, a partire da quel giorno in cui l'acqua lo tradì come un amore infedele. 

Sono passati quasi tre anni dal mio ultimo respiro: quell'ultimo respiro fatto sott'acqua, nella mia ultima immersione in cui un incidente ha cambiato la mia vita. Un’embolia midollare ha diviso a metà il mio corpo, con testa, braccia forti e sane e gambe che ormai non reggono il mio peso, i miei sforzi, la mia vita di corsa e sempre in anticipo. È capii allora, subito dopo quell'ultimo respiro, che a cambiare non sarebbe stato solo il mio corpo ma anche la mia testa, forse anche la mia anima. Fu come la fine di un grande amore – spiega - durato trenta, brevissimi, anni”. 

La vita di Emanuele, fino a “quell'ultimo respiro”, era fatta di “mille e mille immersioni, in acque tranquille o scure da far paura – racconta - Sempre pronto al salto, all’ingresso in acqua e giù nel blu, per dare un senso anche a quel giorno, come quell'ultimo giorno. Quell'ultimo respiro nel blu. Le mie gambe mi abbandonarono sul ponte della piccola pilotina di supporto, caddi a terra incredulo, ma consapevole di quello che mi era successo. Immaginate di tagliare le ali leggere ad una farfalla, le pinne possenti ad uno squalo, le zampe potenti ad una tigre: così le mie gambe, quelle di un sommozzatore, erano perse, forse, per sempre”. 

Emanuele trascorse 10 mesi in ospedale: gliene bastarono 4 per alzarsi dalla carrozzina e muovere i primi incerti passi. “Uscii dall'ospedale con una carrozzina ed un paio di stampelle in dotazione – ricorda - La prima cosa che feci a casa fu di sbarazzarmi della mia attrezzatura subacquea. Regalai mute ed erogatori, pinne e calzari. Buttai i coltelli ormai arrugginiti, era tutto finito. Il lavoro, lo sport, la mia passione. Tutto scomparve dalla mia vita come molti, troppi, amici e colleghi che non ho più sentito da allora come fossi un appestato, uno da tenere lontano o semplicemente uno che non serviva più”. Per quasi tre anni, Emanuele si tenne lontano dal mare: “L'amore era finito, mi ritenevo tradito come dalla mia più amata donna che non mi aveva spezzato il cuore, ma il corpo”. 

Il destino, però, dopo averlo tanto deluso, pensò di riscattarsi: “Un giorno lessi per caso la locandina che promuoveva l'evento DDI a Catania, un 'No Barrier Tour'. Non la lessi neanche tutta, inizialmente, come ormai facevo con ogni notizia che riguardava il mare. Non so come né perché, ritornai indietro e mi fermai a rileggere la locandina. Inviai quasi in automatico la richiesta di informazioni, senza pensarci, come avrei fatto tre anni prima”. Avvenne così l'incontro con DDI: “Mi ritrovai a Catania, quasi catapultato in quell'aula, in attesa dei docenti del corso: Luca, presidente di DDI Italy, Alberto, istruttore DDI e Luigi del centro SEI Spazio Mare di Catania, che fu proprio l'elastico di quella catapulta. Fremevo durante la teoria, interessantissima e piena di spunti di attenzione; fremevo perché era la prova in acqua che aspettavo, era il bisogno di indossare di nuovo il gav, sentire il peso della bombola, mettere in bocca l'erogatore”. 

Arrivò il giorno del tuffo: “L'erogatore, mai lavato in 3 anni aveva ancora il sapore dell'acqua salata in contrasto con il dolce dell'acqua della piscina. Quando Luca mi invitò a fare un giro in piscina, chiusi gli occhi, scesi giù e quel respiro, il mio respiro che cominciai a risentire nelle mie orecchie riempì la piscina, entrò dentro di me e raggiunse il cuore. Ero di nuovo in acqua, respiravo ancora da un erogatore, ma soprattutto le mie gambe non avevano dimenticato come si pinneggiava. Un giro di piscina lungo tre anni”.

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