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A Parma, dove è nato lo Sprar: "Sistema che va oltre l'accoglienza"

Intervista a Emilio Rossi, presidente di Ciac onlus di Parma. Nel '93 insieme all’Ics di Trieste pensò all'idea di un'accoglienza che tenesse insieme enti di tutela ed ente pubblico. "Abbiamo realizzato un sistema di servizi". L’obiettivo, "investire la società della responsabilità di accogliere"

13 novembre 2018

PARMA - I primi accolti furono i disertori dell’ex Jugoslavia, poi vennero gli albanesi, i curdi e i richiedenti asilo dell’Africa. L’idea di un’accoglienza che mette insieme il privato sociale e l’ente territoriale nasce a Parma con l’intuizione di un gruppo di pacifisti che volevano dare un segnale forte contro la guerra. Un’intuizione che verrà replicata qualche anno dopo a Riace e porterà all’inizio degli anni duemila alla nascita del Sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Un sistema di accoglienza per anni considerato un modello e che ora rischia di essere lentamente smantellato dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza e dei provvedimenti sui tagli all’accoglienza. “Decisioni che non hanno razionalità e che di fatto distruggono non solo una cosa che funzionava ma che corretta sia rispetto alle persone che rispetto ai territori” dice Emilio Rossi, presidente del Ciac onlus di Parma che fu il precursore di tutto questo nel lontano ‘93.

Perché all’inizio degli anni ’90 avete pensato che fosse necessario creare un sistema di accoglienza che tenesse insieme il privato sociale e l’ente pubblico?
A livello nazionale ci viene riconosciuto che la prima anticipazione dello Sprar sia stata realizzata a Parma. Tutto nasce nel 1993: eravamo un gruppo di volontari, antimilitaristi e pacifisti che si stavano confrontando con un fenomeno netto e grave come la guerra accanto, in Jugoslavia. Pensammo che si poteva agire contro la guerra, sottraendo persone alla guerra. E quindi lanciando un esperimento di accoglienza per i disertori. Allora non c’era un quadro giuridico definito né si parlava di finanziamento. Iniziammo comunque, i primi ad essere accolti furono persone che arrivavano da regioni diverse dell’ex Jugoslavia: serbi, bosniaci. Venivano ospitati in un unico appartamento, in sei o sette. L’esperimento andò molto bene. E ci accorgemmo che c’era un comma di un articolo della legge Martelli che riconosceva che chi non voleva combattere, potesse avere una protezione in Italia. Abbiamo creato una rete per capire come accogliere queste persone. Allora pur non essendoci nulla, c’era un forte moto di solidarietà a Parma. Alcuni dei primi accolti sono ancora qui, oggi sono alla seconda terza generazione. Un ex ospite, serbo, oggi è medico a Parma. Nel ’98 poi sono arrivati i curdi, è nato un progetto anche a Riace. E dopo qualche anno è nato lo Sprar. Noi abbiamo partecipato attivamente alla sua creazione. Già alla fine degli anni ’90 eravamo associati con l’Ics, il Consorzio italiano di solidarietà, una rete che raccoglieva associazioni attive sulla ex Jugoslavia. Loro portavano aiuti, noi pensavamo ad accogliere. Eravamo anche associati ad Asgi. Tutto questo movimento ha portato all’istituzionalizzazione dello Sprar, dopo qualche anno.

Quale era l’obiettivo?
A noi non piaceva intervenire come privati. L’asilo è una questione che riguarda lo Stato, per cui a livello territoriale almeno il Comune doveva essere impegnato. Nel ’93 ottenemmo dal Comune di Parma una delibera in sostegno ai disertori dell’ex Jugoslavia e un appartamento: una collaborazione tra ente di tutela ed ente territoriale. Era quello che volevamo affermare, che poi è diventato il modello dei progetti Sprar.

Qual è oggi la sua posizione in merito al decreto Salvini e alle nuove disposizioni sui progetti Sprar?
Provo un grande stupore perché le decisioni di oggi del decreto Salvini non hanno razionalità. Sono decisioni che di fatto distruggono non solo una cosa che funzionava ma che era soprattutto corretta, sia rispetto alle persone che rispetto ai territori. Non ne capisco la logica, ciò che leggo tra le righe è soprattutto un atteggiamento di cattiveria. Per esempio, noi abbiamo sempre fatto corsi di formazione dall’inizio: anche se queste persone poi tornano al loro paese, ci siamo detti che avrebbero avuto una qualifica in più. Cominciare fin dall’inizio con l’apprendimento dell’italiano è fondamentale. Lo facevamo anche nei Cas, perché in questi posti le persone restano anche per due anni. E non si può tenerli lì senza fare niente, soprattutto senza fare formazione.

Quali conseguenze teme sui territori?
Quello che mi preoccupa di più è la sorte delle persone. Penso ai titolari di protezione umanitaria che l’hanno ottenuta prima dell’entrata in vigore del decreto, i quali hanno ottenuto dallo Stato un riconoscimento e oggi se lo vedono revocare. Dovremo dirgli che non possiamo più accoglierli. A Parma con lo Sprar abbiamo realizzato un sistema cha va oltre l’accoglienza. Un sistema di servizi sul territorio, in cui fondamentale è il ruolo dell’ente pubblico, con cui collaboriamo senza volerlo sostituire. C’è molto che è stato costruito: sportelli territoriali, presenza negli enti pubblici, competenze professionali. Ecco, tutto questo rischia di finire. Eppure sappiamo per esperienza che di tutto questo beneficiano a vari livelli non solo i rifugiati ma tutta la comunità. I costi sociali di questo decreto sono altissimi. Noi abbiamo realizzato un sistema di servizi mobilitando enti pubblici e risorse che attendevano di essere formate e messe in rete. Ma l’obiettivo prioritario era investire la società della responsabilità di accogliere. Tutti i nostri progetti, dall’accoglienza in famiglia allo Sprar esprimono proprio questo: l’idea di una società che non vede queste persone come separate dal contesto ma si impegna intorno a loro per accoglierli.

Avete avuto contatti con politici locali, anche per un parere sul decreto?
Noi localmente abbiamo solo parlamentari della Lega, dai rappresentanti del Movimento Cinquestelle che conosciamo abbiamo percepito imbarazzo rispetto al decreto che si andava formando, anche se non hanno mai dato un reale contributo. Credo che ci sia un aspetto tragico anche nella comunicazione, è stato descritto il decreto con annunciazioni punitive sugli stranieri, annunciazioni che facevano molto presa, senza entrare nel merito. Come se esistesse da una parte la realtà e dall’altra la logica della creazione del consenso.

Cosa vi aspettate per il futuro?
Noi andremo avanti con i nostri progetti. Vedo che anche nei quartieri, nelle parrocchie, nelle scuole, un movimento che resiste. E questo fa pensare e dà conferma che le persone che credono nella solidarietà e nel rispetto dei diritti esistono e resistono. Tanta gente non si lascia sopraffare dalla propaganda xenofoba, una parte di società si sta ricostruendo già da ora.  (Eleonora Camilli)

 

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