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Milano, il "franchising" della droga. "Criminalità si sta riappropriando del territorio"

“Con lo spaccio si può influenzare un quartiere, una città: dai negozi a prezzi delle case”. L'analisi di Riccardo Gatti, direttore Ser.D Area Penale e Penitenziaria di Milano: “Vendono sottocosto per creare un mercato di cronici”. Rogoredo, "un simbolo"

17 novembre 2018

MILANO - La droga non è mai solo un problema di droga. Avere un mercato di stupefacenti a cielo aperto, visibile a tutti e nel cuore di un quartiere, offre altre possibilità di guadagno che non hanno a che fare con spaccio e traffico. Ne è convinto Riccardo Gatti, direttore dell'Area penale e penitenziaria del Servizio dipendenze di Asst Santi Paolo e Carlo, che a Milano gestisce i Sert dentro le tre carceri di Bollate, Opera, San Vittore e il presidio stabile degli assistenti sociali in Tribunale. “Prendiamo il caso di Rogoredo a Milano – afferma Gatti con riferimento alla stazione ferroviaria nel sud est della città, che Redattore sociale ha raccontato nelle uscite notturne con le unità di strada volontarie dell'Ordine di Malta e dei City Angels –: La sensazione è che esercitando una sorta di franchising, con aree date in concessione, le organizzazioni criminali si stiano riappropriando del territorio, dove il fatto di vendere droga è solo un pezzo della questione”. Quale il secondo? “Rogoredo è periferie, ma c'è una stazione dell'Alta Velocità, la sede di Sky, il quartiere Santa Giulia di recente edificazione e l'idea di costruire un centro per le Olimpiadi: lì puoi condizionare molti aspetti che vanno dall'apertura degli esercizi commerciali al prezzo delle case influenzando il mercato immobiliare”.

Per Gatti, che lavora su questa ipotesi, si tratterebbe quindi di “una strategia che tiene in piedi due esigenze: la conquista del territorio e la concorrenza rispetto alle vendite online di droga, non solo sul prezzo”. Perché “quando promuovi oppiacei, e non altre sostanze che sono intercambiabili, il tossicodipendente che si accosta a queste ne ha bisogno tutte le mattine oppure sta male fisicamente. Non può aspettare il pacchetto per posta o il metadone”. Così facendo “si costruisce un parco clienti solido e il denaro ricavato che mantiene in vita il franchising offre la possibilità di mettere le mani su porzioni più ampie di città”. È questo il significato di zone di spaccio così evidenti. Come altre in Italia.

“A Mestre hanno fatto operazioni con 300 uomini delle forze dell'ordine e gli elicotteri per liberare territori, sono situazioni che, con queste proporzioni, non si vedevano dai tempi di Don Mazzi al Parco Lambro” afferma Riccardo Gatti. “Sono luoghi simbolici, perché si potrebbe vendere la stessa sostanza con meno rischi e in maniera meno evidente, per esempio con i ragazzi in motorino e invece si preferisce creare il 'fortino' – spiega – ed è chiaro che non si tratta di riflessioni del piccolo spacciatore, ma chi gestisce le strategie su scala lo sa. L'eroina a basso costo in distribuzione c'è contemporaneamente in tutta Italia e non può essere solo un caso o frutto di un accordo sui prezzi e qualità realizzato nei parchi”.

Una tesi, quella di Gatti, che spiegherebbe anche altre stranezze che avvengono a Rogoredo. Come appunto il prezzo delle dosi. Perché “vendere le sostanze sottocosto, a cinque-dieci euro a dose, non offre guadagni immediati ma permette la conquista del territorio. Così si fanno arrivare i clienti per poi, in seguito, aumentare i prezzi, la qualità, aggiungere composti come i derivati del Fentanyl che sono più potenti”. Solo a quel punto “le organizzazioni tirano le rete” su un mercato di tossicodipendenti nel frattempo diventati cronici. Con un ulteriore conseguenza, spiega il medico specialista in psichiatria e psicoterapeuta: “Così si contrastano anche una serie di sistemi che normalmente servono per l'aggancio di queste persone, come il metadone o i Sert che, rispetto a trent'anni fa, distribuiscono farmaci sostitutivi con coperture più forti dell'eroina di bassa qualità”. Su questo passaggio il medico pone un interrogativo, senza risposta definita, ma proponendo un'ipotesi: “L'eroina che viene venduta a Rogoredo e non solo ha concentrazioni basse di principio attivo e viene spacciata a prezzi ridicoli. Fino a quando la consuma il nuovo adepto, che se la fuma e non lo ha mai fatto prima, comprendo la dinamica”. Quello a cui Gatti non dà spiegazione è “perché ci vadano persone con situazioni croniche, uso passato o recente di metadone, un alto grado di assuefazione e sopratutto di tolleranza: il tossicodipendente conclamato questa eroina non la voleva fino a poco tempo fa, non perché fosse una schifezza ma perché non la sentiva”. E pone una domanda, in particolare a chi deve svolgere le analisi sulle sostanze sequestrate: “Siamo sicuri che dentro non ci sia altro? Se la 'sentono'  significa che supera il loro livello di tolleranza, anche se venduta a cinque o dieci euro, e i composti sintetici come il fentanyl o l'ossicodone non vengono rilevati perché nelle analisi si va alla ricerca di eroina e un po' ce n'è sempre”. I casi, per Gatti, sono due: “O si vendono sostanze addizionate che permettono di avere un effetto più potente, comunque diverso, oppure sta cambiando il fenomeno e ci sono consumatori abituali che preferiscono andare a Rogoredo indipendentemente dalla qualità degli oppiacei, perché trovano un certo ambiente, una certa emozione”.

La riflessione dello studioso e dirigente sanitario si chiude con una proposta. “La 'guerra alla droga' ci condiziona e ha innestato un meccanismo per cui viene tracciato solo un legame indissolubile fra tossicodipendenza e criminalità” mentre invece servono “meno operazioni tattiche per ottenere quel risultato in quel luogo” e “più operazioni strategiche per risultati complessivi e di lungo periodo”. “È un problema di governo dell'azione a livello di Paese e si può affrontare mettendo insieme teste che si occupano di sicurezza ma anche di analisi di mercato, di politica internazionale, organizzazione urbana, problemi sociali e terapia della dipendenza”. Un invito che fa a pugni con i livelli del dibattito: “Su Rogoredo – chiude Riccardo Gatti – si stanno dicendo due cose opposte: costruire il muro, chiudere la piazza di spaccio con una prova muscolare, 'ripulire' l'area. Contemporaneamente si discute se metterci un presidio medico e sanitario permanente per seguire i tossicodipendenti. Le due cose non possono stare assieme, perché se lo spaccio se ne va il presidio non serve a nulla”.(Francesco Floris)

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