:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Milano. Una sera nel "bosco della droga" (con i volontari)

Uscita notturna con l'unità di strada dei City Angels nella zona della stazione di Rogoredo. Gli incontri estemporanei con chi vive una tossicodipendenza lasciano un dubbio: perché ritornano qui invece di affidarsi alle terapie? Scopelliti (Sert Opera e Tribunale): “L'astinenza si cura in cinque giorni, ma va combattuto soprattutto il desiderio di emarginazione e autodistruzione"

17 novembre 2018

MILANO - “Non lo dice nessuno ma le patate sono ricche di vitamina C. Tutti pensano le arance, i limoni, la frutta, ma le patate ne hanno molta di più. Controlla su internet”. Gloria è fissata con tuberi e patate. Le chiede dappertutto. Se ne è procurata una porzione (“me l'ha regalata”) – di quelle fritte – nel baracchino di piazzale Corvetto, gestito da un uomo calabrese: furgoncino accanto al benzinaio e ultima tappa notturna per gli avventori di Milano che vogliono birra e salamella dopo le due di notte. “Sai io non lo faccio, è una medicina”, ripete tre o quattro volte in due ore senza chiarire il riferimento a che cosa “non fa”. Parla davanti alla stazione ferroviaria di Rogoredo e al cosiddetto “boschetto della droga”, mentre l'unità di strada dei City Angels di Milano – associazione di volontariato fondata nel 1994 – distribuisce pasti caldi, bevande, vestiti ai tossicodipendenti e ai senza dimora della zona. Gloria è abbastanza in là con l'età. Dice di vivere con il marito – che avrebbe perso il lavoro di recente – in uno scantinato ma “con il permesso della proprietaria”.

“Fa freddo anche lì, ma è meglio che in strada”. Il marito è tale Rob detto “Chicco”, almeno 15 anni, forse 25, più giovane di lei. “Mi dai i soldi per un caffè? Davvero, io non lo faccio” ripete ancora Gloria di fronte a un primo rifiuto. La donna il caffè lo vuole per davvero. “Non lì sui binari, costa 80 centesimi e fa schifo, ti porto dove è buono veramente” dice guidando fino a uno di quei tuguri con le macchinette automatiche moderne aperti 24 ore su via Cassinis, che funge da accampamento temporaneo per tre o quattro persone. Il caffè costa 50 cent. “Li vedi questi marocchini? – dice indicando la piccola folla di persone che si sta accalcando attorno al mezzo dei City Angels –: Hanno tutti la casa e vengono qui a rubare il cibo e le coperte a chi è povero per davvero”. L'intolleranza, e una serie di ragionamenti confusi sul “business dell'accoglienza” e sul “aiutiamo solo gli stranieri”, tanto in voga fra opinione pubblica e classi dirigenti del Paese, hanno fatto breccia anche qui, dentro a un buco nero della società fatto di dipendenze e abbandono.

È d'accordo con lei Nicole, giovane, gentile al limite del fastidioso, seduta per terra mentre divora due porzioni di lasagne e una coscia di pollo. “Anche io odio i marocchini”. È la stessa ragazza che abbiamo incontrato tre settimane fa con un'altra unità di strada, quella del Cisom (corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) che fa tappa alla stazione di Rogoredo il mercoledì e la domenica sera. Mentre i City Angels arrivano al sabato e al lunedì. La scorsa occasione Nicole chiedeva “un paio di leggings”. Ora se li è procurati, da qualche parte. “Di dove sei? Non ti vedo mai qui in stazione” domanda, sempre carina, ma chiaramente incapace di riconoscere chi vive come lei e chi no.

Arriva in prossimità del furgone un ragazzo del sud, infuriato: “Io ve lo dico, dovete avvisare la polizia” sbraita in faccia ai volontari dei City Angels. “C'è questa donna calabrese, maledetta, che si chiama Maria – utilizza tutta una serie di epiteti più volgari per apostrofarla – che ha preso un mio amico di Foggia e da tre giorni lo ha portato dentro quella casa”. Indica una struttura di là del muro. “Sono tre giorni che lui non va al Sert. Voi siete i City Angels, dovete fare qualcosa, la faccio arrestare!!”. Se ne va. La storia pare più complessa. “Maria è sempre stata carina – spiega Ambra, bella, truccata, la più lucida, e affamata, di tutti –: Ma lui è il suo ex ragazzo. Si sono lasciati qualche giorno fa e gli ha tirato addosso un ombrello”.

Anche l'ultimo ragazzo della serata lo abbiamo già incontrato: “La tua faccia mi dice qualcosa, ma davvero non ricordo dove”. Lui è biondo, occhi azzurri profondi, l'aria da poeta maledetto, acciaccato alle ossa. “Ieri sera diluviava e sono salito su un autobus, fradicio, per ripararmi. Mi sono addormentato e sono arrivato in Comasina” racconta citando l'estremo opposto della città, in direzione nord. “Sono tornato indietro ad Affori e sono entrato in un panificio a chiedere aiuto: povera la panettiera, si è spaventata, si è presa un colpo. Ha chiamato l'ambulanza e mi hanno portato all'ospedale Niguarda”. Però va meglio, dice. “Settimana prossima vedo l'assistente sociale, sto andando al Sert. Devo andare via da questo posto che è pieno di negatività. Già mi sveglio io, ogni mattina, con il cervello negativo, ci manca solo di restare qua”. Sembra sincero. Perché allora ritornano invece di affidarsi alle terapie che esistono?

“La droga non è il problema ma la conseguenza di un disagio”, spiega il dottor Francesco Scopelliti, psicoterapeuta a capo del Sert nel carcere di Opera e del team di assistenti sociali che gestiscono un presidio fisso, al piano terra del Tribunale di Milano, per proporre terapie a chi finisce nei guai con la giustizia e si dichiara dipendente da sostanze. “La tossicodipendenza è un luogo dove le malattie convergono – dice lo psicoterapeuta –: Ci vogliono cinque giorni per curare l'astinenza, giornate terribili di vomito ma separare il soggetto dalla sostanza si può fare in questi tempi. Il punto è: dopo quei cinque giorni cosa accade?”. Per Scopelliti l'errore è pensare “che i tossicodipendenti non siano consapevoli del rischio di overdose, che abbiano bisogno di essere istruiti. Questo è falso, hanno addirittura più competenze di quanto si creda, sanno come compensare una droga con un certo farmaco per ottenere un effetto”. Vanno a Rogoredo per consumare eroina che è qualitativamente inferiore al metadone che potrebbero ottenere gratis al Sert perché “l'eroinomane cronico vuole un habitat coerente, si droga perché cerca il percorso di emarginazione, si 'godono' l'aspetto distruttivo”. “Il metadone – chiude il terapeuta – significa già curarsi e istituzionalizzarsi mentre loro cercano la distruzione in tutti i sensi. Vanno rimosse le cause che portano a desiderare la distruzione: cercano la sostanza perché non trovano il benessere, il piacere che da qualche parte va trovato per forza”. (Francesco Floris)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa