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Ex Penicillina. Da evacuazione a bonifica: 4 mosse per uscire dal ghetto

La proposta degli abitanti per evitare lo sgombero coatto, più volte annunciato dal ministro Salvini. All’interno circa 200 persone, tra cui alcuni italiani. “Va data a tutti un’alternativa e la fabbrica bonificata e riconsegnata alla città”

14 novembre 2018

Foto Eleonora Camilli/Rs
Ex penicellina - migrante e riparo di fortuna

ROMA - Un’evacuazione concordata dell’area, invece dello sgombero, per dare un’alternativa reale a tutte le persone che ci vivono. Subito dopo, requisire l’immobile, di proprietà privata, per restituirlo alla popolazione e al quartiere S.Basilio. E poi, fare una bonifica dell’intera struttura dove ci sono montagne di rifiuti e sostanza tossiche. E infine, riqualificare la fabbrica per aprirla al pubblico e renderla vivibile. Sono questi i quattro punti per un’uscita ragionata dal “grande Ghetto” della Capitale, l’ex fabbrica della Penicillina che sorge sulla via Tiburtina a Roma. Le proposte sono state illustrate dagli abitanti della struttura abbandonata insieme alle associazioni Asia-Usb e le altre che li assistono e che da tempo chiedono un’interlocuzione con le istituzioni per evitare lo sgombero, già annunciato più volte dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’immobile infatti è in cima alla lista dei 27 luoghi da sgomberare a Roma. E l’operazione dovrebbe aver luogo entro fine mese. Gli abitanti chiedono, invece, un incontro interistituzionale con la Prefettura, il Comune e la Regione per trovare una soluzione condivisa.

Le storie degli abitanti. Nell’insediamento informale vivono attualmente 200 persone di diverse nazionalità (nigeriani, gambiani, marocchini, maghrebini), alcuni sono italiani in difficoltà e economica. Molti arrivano da altri insediamenti del quartiere, già sgomberati. Come Maria, una signora rumena con una invalidità fisica, che prima viveva nell’accampamento davanti la metro Ponte Mammolo. “Sono qui qui da 4 anni, ho perso un tetto con lo sgombero di quell’insediamento - spiega - e ho trovato un posto in questa fabbrica. Non mi aiuta nessuno, nonostante io abbia un’invalidità riconosciuta”. Anche Isa, in Italia da 26 anni, racconta di essere arrivata qui dopo aver perso la casa che aveva provato a comprare con un mutuo. “Ho pagato le rate, le utenze, tutto per 12 anni, poi ho perso il lavoro. Ho provato ad affittare alcune stanze, ma non mi hanno pagato. E alla fine ho perso anche la casa. E sono stata sfrattata". “Bisogna capire perché le persone vivono qui - aggiunge Bouba- chi sta qui è un disperato, e non è di certo felice di abitare in un ghetto. Non siamo animali, non amiamo vivere tra i rifiuti. Nessuno dovrebbe vivere in un posto del genere”. “Molte persone si vergognano di dire che vivono qui - aggiunge John -. Tra poco verremo sgomberati e la politica userà questa azione a suo favore. Abbiamo paura di rimanere soli, ma abbiamo trovato una rete di supporto proprio qui a San Basilio”

Foto Eleonora Camilli/Rs
Ex penicellina - rifiuti

Le responsabilità di un abbandono trentennale. A illustrare la proposta, insieme a John è stato Federico un ragazzo che vive a San Basilio. “Il primo responsabile di questa situazione è il proprietario dell’immobile che non ha mai messo in sicurezza lo stabile prima di abbandonarlo - sottolinea -. Questo posto è così da 35 anni. Il secondo responsabile è il Comune: ha lasciato che diventasse una discarica, di rifiuti e di persone che si vogliono tenere lontane. Chi vive qui ha subito già uno sgombero, a Ponte Mammolo, a via Vannina, a Via Costi - aggiunge -. Le persone si sono spostate qui perché gli sgomberi senza soluzione producono questo, i ghetti. Noi non vogliamo difendere questo posto abbandonato così com’è: noi vogliamo evitare lo sgombero e ragionare su un’evacuazione ragionata perché non si crei l’ennesima bidonville in qualche altro posto della città. Perché la verità è che in questa città non c’è posto per nessuno”. Secondo Aboubakar Soumahoro, rappresentate Usb, si sta portando avanti una “politica segregazionista”. “Si dice prima gli italiani, ma qui ci sono italiani - afferma -. Chi dice prima gli italiani non considera i poveri. La politica della ruspa indica la decadenza della civiltà. Qui le persone chiedono un tetto e di non essere ghettizzate. Questo spazio - aggiunge - deve tornare alla comunità e non agli speculatori”. Soumahoro spiega di aver chiesto un incontro i rappresentati delle ambasciate africane in Italia perché ognuno si prenda le sue responsabilità. Andrea Turchi, docente di Storia delle scienze ha ricordato che lo stabilimento ex Leo della Tiburtina, 70 anni fa era un gioiello imprenditoriale in cui lavoravano 1700 persone, che venivano dai quartieri vicini. “Una volta finita l’esperienza della fabbrica i proprietari hanno lasciato tutto qui. Quello che c’è di pericoloso qui dentro non mette a rischio solo gli abitanti ma tutta San Basilio: quando il vento soffia da est porta l’amianto dappertutto. Inoltre qui ci sono medicinali, acidi, un intero laboratorio chimico sotterraneo. Non si può vivere qui, serve assolutamente una bonifica dell’intera area, che sarà costosissima ma va fatta. Tutta la zona è ad alta pericolosità ambientale”.

La difficoltà di rinnovare il permesso e di trovare lavoro. Federica Borlizzi di Alterego-Fabbrica dei diritti spiega che molti degli abitanti dell’insediamento hanno i documenti, mentre altri “sono costretti all’illegalità a causa di politiche difformi nel rilascio dei permessi di soggiorno da parte della Questura di Roma”. “Tanti per esempio non possono rinnovare il permesso perché viene richiesta la residenza - spiega -. Questa è una situazione creata da questo tipo di politica. Attualmente, con il decreto Salvini, ci sono 1059 persone che rischiano di uscire dal circuito Sprar e ritrovarsi per strada, esattamente come chi vive qui”. La maggior parte dei migranti che vive all’ex Penicillina, infatti, è uscito dal circuito dell’accoglienza. “La prima volta che sono entrata qui dentro è perché avevo saputo che molti degli ex ospiti dei centri di accoglienza che avevo seguito stavano in questo posto - spiega Fabrizia Sterpetti di Wilpf Italia, un’associazione pacifista -. Li ho trovati in una situazione di estremo isolamento. Insieme abbiamo iniziato a redigere i loro curriculum - aggiunge, mostrando una cartella spessa che li contiene tutti -. Piano piano li abbiamo aiutati a cercare lavoro, c’è chi c’è riuscito ed è andato a fare il panettiere, il falegname, l’elettricista. Prima non erano neanche stati iscritti alle liste di collocamento”. (Eleonora Camilli)

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