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Non solo Rsa: "residenzialità leggera" e nuovi orizzonti dell'assistenza

La non autosufficienza non è una “categoria, ma un insieme sfaccettato di diversi bisogni. E la Rsa non può essere l'unica risposta”: ne parla Vincenza Scaccabarozzi, studiosa esperta di “Abitare leggero”. Cosa significhi, lo spiega al corso della cooperativa Itaca su “I nuovi orizzonti dell'assistenza”

16 novembre 2018

residenzialità leggera

ROMA - “I bisogni sono tanti e diversi, come diverse con le condizioni di chi non è autosufficiente: la Rsa non può essere l'unica risposta”: a dirlo con certezza e sopratutto con cognizione di causa è Vincenza Scaccabarozzi, che nelle Rsa lavora da 35 anni e oggi ne è direttore responsabile. Porterà la sua esperienza, domani, al corso di formazione promosso dalla cooperativa Itaca su “I nuovi orizzonti dell'assistenza” (Udine e Gorizia Fiere S.p.A., via della Vecchia Filatura 10/1 – Martignacco), dove parlerà di “Rsa aperta e residenzialità leggera”. Un tema che ha studiato a lungo, anche grazie a sette anni di lavoro nei servizi territoriali, durante i quali ha aderito al progetto lombardo “Abitare leggero”, dedicato proprio a questo “nuovo orizzonte” dell'assistenza. A questo ha dedicato poi la sua tesi di Master in “Managment delle Rsa”, presso l'università Liuc di Castellanza, pubblicata poi da ED Editrice Dapero, che proprio in questi giorni sta presentando. 

copertina del libro "Residenzialità leggera"
copertina libro "Residenzialità leggera"

E' proprio a partire da questi studi e a questa esperienza che immagina e propone una nuova risposta ai bisogni di chi, anziano o malato cronico, viva una condizione di non autosufficienza: una risposta capace di soddisfare anche i familiari, che “spesso si recano in Rsa a chiedere un posto per un loro caro, ma hanno bisogno, in verità, di tutt'altro. Solo che alternative non ce ne sono, o non le conoscono”, ci spiega Scaccabarozzi. “La non autosufficienza non è una categoria – afferma - ma un insieme sfaccettato di persone che esprimono vari bisogni. Siamo di fronte a una crescita esponenziale di anziani e non autosufficienti e alla contrazione delle risorse, spese in misura consistente in Rsa: ma è dimostrato, sia dal punto di vista economico che dell'appropriatezza della risposta ai bisogni, che l'Rsa va sempre più a connotarsi come servizio per le cure di fine vita, inadeguato a chi invece, pur non autosufficiente, abbia bisogni, soprattutto in termini di autonomia”. 

 

Sicurezza, autonomia, servizi on demand. La risposta “possibile, realizzabile, sostenibile e adeguata – assicura Scaccabarozzi – si chiama appunto residenzialità leggera e consiste in alloggi – sottolinea questa parola – diversi dalle camere, perché formati da zona giorno, distinta da zona notte e bagno, in cui una o due persone vivono in completa autonomia”. Questo alloggio, inserito all'interno di una più ampia struttura, “risponde a tre bisogni fondamentali: sicurezza, autonomia e servizi on demand, attivati quando necessario per sostenere i bisogni man mano che questi si esprimono, pur mantenendo la persona autonoma nel proprio alloggio”. Accanto ai servizi “inclusi” (come la pulizia, la manutenzione ecc.) ci sono quindi i servizi “on demand” e i servizi “integrati”. che devono garantire la permanenza: tra questi, il centro diurno integrato e lo sportello di prossimità, presso cui le famiglie possono ricevere tutte le informazioni necessarie in materia di assistenza. Altro servizio integrato è la palestra attrezzata, con operatori specializzati. Quarto servizio integrato sono gli ambulatori medici: “si tratta di servizi – spiega Scaccabarozzi – capaci di garantire la permanenza e garantire l'assistenza, pur in una condizione di autonomia”. 

I tre “cuori”: centrale di sicurezza, operatori, metodo. Questa forma di residenzialità ha “tre cuori”, come li chiama Scaccabarozzi: il primo è la “centrale di sicurezza”, attiva 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, che mette in sicurezza da pericoli esterni e interni e si può personalizzare. “La sicurezza – spiega Scaccabarozzi - è un fondamentale servizio a favore delle famiglie e soprattutto dei figli, che spesso vivono lontano e hanno bisogno di sapere che l'anziano è in condizione di sicurezza”. Il secondo “cuore pulsante” è formato dagli operatori, che tessendo tutte le relazioni, intercettano i problemi e propongono soluzioni. Il terzo “cuore” è il metodo: “non piani assistenziali decisi sulla persona, ma con la persona, secondo il suo progetto di vita, le sue relazioni e le sue scelte”. 

Utopia o possibile realtà? Questo modello, descritto accuratamente nel libro “Residenzialità leggera”, è frutto dell'esperienza dell'omonimo progetto, cui hanno preso parte 52 strutture lombarde. “Abbiamo compreso e dimostrato che i bisogni sono tanti e diversi: di fronte a questi, la Rsa non può essere l'unica risposta. La regione Lombardia ne ha preso atto, inserendo questa idea prima nella delibera 116 del 2013, poi nella 2942 del 2014 e infine nella delibera del gennaio 2018, che ha adeguato il concetto di residenzialità leggera, rinominandola 'residenzialità assistita. Delibera poi ulteriormente perfezionata ad agosto”. Comunque la si chiami si tratta, per Scaccabarozzi, di un'idea tutt'altro che utopica, ma “praticabile, sostenibile e auspicabile. Stiamo lavorando e continueremo a farlo, perché diventi realtà”. (cl)

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