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Brasile, con Bolsonaro a rischio i diritti dei discendenti degli schiavi

La storia della comunità quilombola, legata a quella del colonialismo, è fatta di lotte per la terra e per il riconoscimento della propria identità. Battaglie concluse a volte con vittorie, altre con soprusi e violenze. E che ora, dopo l'esito delle presidenziali, rischia di fare pericolosi passi indietro

21 novembre 2018

Foto di Giulia Cerqueti
Brasile Foto di Giulia Cerqueti
La storia di Maria de Lourdes, 76 anni, e di suo marito Severino, 73, come quella della loro comunità “Grilo”, nello stato del Paraíba, è quella di tanti quilombolas, ossia discendenti degli schiavi deportati dall’Africa al Brasile. Un racconto costellato di lotte per la terra e per il riconoscimento della propria identità. Battaglie concluse a volte con vittorie, altre con soprusi e violenze. Un cammino per il rispetto dei diritti che non si è ancora concluso e che rischia di fare pericolosi passi indietro con la vittoria di Jair Messiah Bolsonaro alle ultime presidenziali.
 
La storia dei quilombo si intreccia con quella del colonialismo, che in tre secoli ha portato quasi 4 milioni di schiavi africani in Brasile. Queste comunità, infatti, sono state fondate proprio da questi ex schiavi, che col tempo riuscivano a scappare dai loro padroni e a riunirsi per difendere cultura, tradizione e religione.
 
Maria de Lourdes e Severino – Foto: Giulia Cerqueti
Maria de Lourdes e Severino – Foto: Giulia Cerqueti
Il legame con la terra. Gli afrodiscendenti brasiliani chiedono il rispetto del diritto a un territorio. "Il quilombo per sopravvivere ha bisogno del territorio, che non significa soltanto sostentamento economico, ma fa riferimento a un patrimonio di storia, antropologia, cultura, radici, consapevolezza", dice Luigi Zadra, ex missionario comboniano, oggi volontario laico a Grilo.
 
Quanti sono. Secondo una stima della Coordinazione nazionale di articolazione delle comunità nere rurali quilombolas (Conaq), oggi ci sono circa 2.847 comunità ufficialmente riconosciute. Inoltre, ci sono altri 1.533 processi che devono ancora essere definiti. E il riconoscimento è condizione per l’accesso ai programmi sociali.
 
In lotta per i diritti. La prima grande conquista di questo popolo risale alla Costituzione brasiliana del 1988, che ha riconosciuto il diritto alla proprietà territoriale collettiva. Ma da allora è successo di tutto. A cominciare dal 2001, quando l’esecutivo Cardoso aveva imposto alle comunità di dare prove della loro esistenza dal 1888, ossia da quando era stata abolita la schiavitù, fino al 1988. Passando poi per il primo governo Lula, che nel 2003 aveva cancellato questa richiesta e l’anno dopo aveva avviato un programma in loro favore.
 
Severino davanti alla sua abitazione – Foto: Giulia Cerqueti
Severino davanti alla sua abitazione – Foto: Giulia Cerqueti
Razzismo, violenza e l’arrivo di Bolsonaro. Gli ultimi dati mostrano che il razzismo e la violenza sono in crescita (il numero di quilombolas uccisi tra il 2016 e il 2017 è aumentato del 350%). Il governo uscente di Michel Temer, inoltre, ha fermato il riconoscimento di nuove comunità. E la vittoria dell’ex militare populista di estrema destra Bolsonaro preoccupa. Ad aprile 2017, tra l’altro, aveva dichiarato: "Sono stato in un quilombo. Non fanno niente. Penso che gli afrodiscendenti non servano più nemmeno per procreare".
 
 
L’articolo integrale di Giulia Cerqueti da João Pessoa (Paraíba, Brasile), “Brasile: con Bolsonaro presidente traballano i diritti degli afrodiscendenti”, può essere letto su Osservatorio Diritti

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