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Ong, rifiuti e malattie: i medici smentiscono possibilità di contagio

L'indagine della Procura di Catania sulle ong mette nel mirino rischi per la salute pubblica degli sbarchi dei migranti. I medici non sono d'accordo: “Su 6000 visite a Lampedusa solo malattie dermatologiche facili da curare” si legge in articoli scientifici. “Il migrante-untore è un cliché: parte solo chi è in buone condizioni di salute”

21 novembre 2018

MILANO – I medici che in Sicilia hanno monitorato in questi anni la salute dei migranti sbarcati nei porti o ospitati negli hotspot, non hanno ravvisato i rischi di infezione e per la salute pubblica che oggi sono al centro di un'inchiesta giudiziaria. Per la Procura di Catania e la polizia giudiziaria che da gennaio 2017 a maggio 2018 ha lavorato all'indagine “Borderless”, l'ong Medici senza frontiere, la nave Aquarius di Sos Mediterranée e gli intermediari portuali dediti allo smaltimento dei rifiuti prodotti dalle navi di salvataggio a cui queste si affidavano, avrebbero messo anche a rischio la salute pubblica, scaricando e smaltendo illecitamente rifiuti sanitari pericolosi senza classificarli nella maniera corretta. “Nonostante il rischio di contaminazione – si legge nel decreto di sequestro preventivo firmato dal Gip di Catania Carlo Cannella – da agente patogeni e virus infettivi per contatto indiretto con la cute (virus dell'epatite A e E, malattie gastrointestinali, respiratorie, cutanee da germi multiresistenti, salmonella, scabbia, pediculosi), via aeree (bacillo tubercolare polmonare, varicella) o attraverso il sangue ed altri fluidi biologici (epatite B, C, Aids) ferite, oggetti o materiali biologici contaminati, i vestiti e gli indumenti intimi indossati dai migranti sono stati raccolti sulla nave Vos Prudence e sulla nave Aquarius in maniera indifferenziata, e conferiti illecitamente alle ditte portuali autorizzate attraverso la classificazione indebita nella categoria dei rifiuti solidi urbani o speciali indifferenziati, là dove la potenziale carica infettiva di tali rifiuti ne avrebbe imposto la raccolta e il trattamento indifferenziato”. 

Fatti in realtà non così allarmanti come li descrivono i giudici etnei, a giudicare da quanto riportano medici e scienziati che in Sicilia hanno studiato in questi anni la salute dei migranti. In un lungo articolo scientifico dedicato alla salute dei migranti irregolari e pubblicato dalla rivista “Epidemiologia e Prevenzione” nel 2017, quattro medici rendono conto di un lavoro di indagine svolto negli hotspot di Lampedusa e Trapani Milo da un'equipe dell'Inmp (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà), ente pubblico sanitario che lavora in convenzione per ministero della Salute e dell'Interno. Numeri che “nel periodo maggio 2015-ottobre 2016 non hanno evidenziato, su circa 6.000 visite effettuate, gravi malattie infettive e diffusive, ma solo malattie dermatologiche facilmente curabili: scabbia, prurito e affezioni correlate, pediculosi, varicella, impetigine e dermatite da contatto”. “Analogamente – proseguono i quattro medici – i dati della sorveglianza sindromica condotta dall’Istituto superiore di sanità (Iss) presso 21 centri per immigrati in Sicilia, tra marzo e agosto 2015, hanno evidenziato, su una popolazione media giornaliera di 5.373 presenze, un totale di 48 allerte statistiche, 33 infestazioni (scabbia), 7 sindromi respiratorie febbrili, 7 malattie febbrili con rash cutaneo (morbillo e varicella) e 1 caso di sospetta tubercolosi polmonare”. In generale va ridimensionato “l'allarme sociale connesso al cliché del migrante-untore” scrivono, perché “gli stessi dati dell’Inmp riferiscono che su 51.000 pazienti visitati nell’arco degli anni 2009-2014 sono stati riscontrati solo 24 casi confermati di tubercolosi (quasi tutti migranti di lunga permanenza), di cui 4 recidive di diagnosi precedentemente stabilite”. 

Quali sono mediamente le condizioni di salute dei profughi che sbarcano sulle coste italiane? - si domandano gli autori. “Questa domanda continua a suscitare curiosità tra gli addetti ai lavori e allarme nell’opinione pubblica, soprattutto in relazione al rischio di potenziali epidemici e ai costi della sorveglianza sanitaria – rispondono –: Tuttavia, vi sono evidenze che l’“effetto migrante sano” si eserciti anche su tale popolazione, almeno per quanto riguarda le patologie infettive di importazione”. L'effetto “migrante sano” è un espressione del gergo con cui i medici indicano “una sorta di selezione naturale all’origine, per cui decide di emigrare solo chi è in buone condizioni di salute” e “la controprova epidemiologica della validità di tale meccanismo sta nella bassa occorrenza di patologie infettive di importazione tra gli immigrati che arrivano nel nostro Paese (oltretutto con rischi di trasmissione alla popolazione ospite trascurabili, in assenza di vettori specifici e/o delle condizioni socioeconomiche favorenti la loro diffusione”. Si tratta inoltre di “dinamiche di salute evidenziate in questi anni sui migranti cosiddetti 'economici', il cui progetto di vita, orientato alla ricerca di un lavoro nel Paese ospite, implica in partenza condizioni di piena integrità fisica e psichica”.  

Gli autori dell'articolo rendono conto anche di monitoraggi effettuati a Roma tra 2008 e 2016 su 23.025 pazienti sprovvisti di permesso di soggiorno dove emerge come il grosso dei problemi sanitari siano legati alla salute mentale: depressione (28%), disturbo post-traumatico da stress (27%), ansia (10%). I quattro medici che hanno raccolto i dati sono: il dottor Giovanni Baglio, epidemiologo specializzato in salute pubblica, che ha già lavorato presso l'Iss e Inmp, laureato all'Università Cattolica con una tesi sugli aspetti socio-sanitari dell'immigrazione, ambito di ricerca di ricerca nel quale esercita da vent'anni; il dottor Raffaele Di Palma, immunologo dell'Università Federico II di Napoli che insegna in Svizzera e Svezia; la dottoressa Erica Eugeni del Dipartimento Sanità pubblica e Malattie infettive della Sapienza; e il dottor Antonio Fortino, medico chirurgo con specializzazioni in endocrinologia, statistica e programmazione sanitaria, che dal 1991 lavora per Fondazione San Raffele, ministero della Salute e aziende sanitarie territoriali. (Francesco Floris)

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