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Da atleti disabili a paralimpici, non più “sfortunati eroi”. A Roma il Festival

Presso la stazione Tiburtina in corso il primo Festival della cultura paralimpica, organizzato dal Cip in collaborazione con Inail, Ferrovie dello Stato e SuperAbile. Apertura con la presentazione di “Vite straordinarie”, mentre Pancalli, Tapia, Minetti, Minà e Rima discutono con Arrigoni di “parole che valgono una rivoluzione culturale”

21 novembre 2018

festival cultura paralimpica

ROMA – Fino a qualche anno fa noi eravamo gli handicappati, anzi i mutilati, gli invalidi. Quando vincevamo le gare eravamo gli eroi sfortunati. Ma noi ci sentivamo atleti: abbiamo vissuto le mortificazioni e lottato per cancellarle: oggi finalmente siamo paralimpici, atleti riconosciuti per la loro dignità sportiva”: così Luca Pancalli, presidente del Cip, ha spiegato il senso, la ragione e il valore di quella “cultura paralimpica” che, da ieri e fino a venerdì, per la prima volta si celebra in un vero e proprio Festival, presso la stazione Tiburtina di Roma. Un festival organizzato dal Comitato italiano paralimpico, con la collaborazione di Inail, Ferrovie dello Stato e SuperAbile Inail e con il sostegno di diversi sponsor. Il taglio del nastro ieri pomeriggio, apertura ufficiale dei lavori questa mattina con la presentazione, nello spazio “Libri”, di “Vite straordinarie. Storie di donne e uomin che hanno fatto la differenza”, realizzato da SuperAbile Inail, curato da Antonella Patete e illustrato da Corrado Virgili. Ospite a sorpresa, Oney Tapia, che ha voluto salutare il pubblico, formato in buona parte da giovani studenti romani.

Intanto, nello spazio “Storytelling” del festival, sul palco si avvicendavano Luca Pancalli, Annalisa Minetti, Gianni Minà, Nina Sophie Rima e Oney Tapia, che con il giornalista Claudio Arrigoni riflettevano su “Le parole e lo sport paralimpico”. Un incontro aperto dalla musica di Michele Specchiale, primo e unico DJ italiano con una mano bionica grazie al centro protesi di Vigorso di Budrio. Sotto gli occhi incuriositi e ammirati dei ragazzi, Specchiale manovrava la consolle con la sua protesi, per dimostrare che “nulla è impossibile, purché ci sia volontà e tenacia”.

Un messaggio, questo, che Luca Pancalli ha testimoniato con la sua esperienza di atleta prima e di dirigente poi: “Per tanti anni ho cercato, bracciata dopo bracciata, nelle piscine di tutto il mondo e nelle quattro paralimpiadi a cui ho partecipato, quella dignità di atleta che non mi veniva riconosciuta: i giornalisti erano i primi a mortificarmi, ma io mi sentivo atleta, non lo 'sfortunato eroe' che vinceva le 'Olimpiadi del cuore e del coraggio'. Oggi il mondo è cambiato e la grande famiglia paralimpica, che oggi qui si ritrova, ha giocato un ruolo determinante in questa rivoluzione culturale e sociale: oggi non siamo atleti disabili, ma atleti paralimpici. E questo ha un valore che va ben oltre le parole”.

Proprio per mettere le 'parole' al centro, Arrigoni ha proposto agli studenti di sorteggiare una parola per ogni relatore. A Pancalli è toccato il termine “rinascita” che ha spiegato come “quella che tutti noi abbiamo vissuto, quando la vita ci ha presentato gare ben più difficili di quelle che eravamo abituati a disputare in pista, in vasca o in campo”.

Ne è testimone Annalisa Minetti, esperta di gare, di corse, di prove: dal festival ha lanciato un appello, “perché le scuole e le università siano invase da testimoni della cultura paralimpica, che sappiano trasmetterla e insegnarla. Noi paralimpici siamo persone capaci di cambiare direzione ogni volta che serve, in gradi di accelerare anche quando gli altri pensano che stiamo frenando”. A lei è toccato spiegare il termine 'inclusione': “dovrebbe essere una cultura spontanea – ha detto – uno stile di vita, non una parola. Sarà inclusione quando non ci sarà più bisogno di domandare cosa significhi questo termine”.

Lo sa bene Nina Sophie Rima, modella e influencer di appena 18 anni, con una protesi alla gamba da quando, un anno e mezzo fa, un incidente in moto le ha portato via la sua, minacciando di porre fine alla sua carriera nella moda, che proprio allora stava iniziando. I ragazzi sanno essere cattivi e voi lo sapete bene – ha detto, rivolgendosi agli studenti in sala – Ti prendono in giro per una felpa non di marca, figuriamoci per un piede che manca. Ma vi assicuro che, dopo l'incidente, ho scoperto in me una forza che non immaginavo di avere. Ho capito – ed è questo che voglio dirvi oggi – che non è vero che siamo tutti uguali: siamo diversi e non dobbiamo avere paura di distinguerci: anzi, dobbiamo far valere il nostro essere diversi, essere fieri anche dei nostri difetti, trasformandoli in punti di forza”.

Un messaggio che anche Oney Tapia, atleta paralimpico, ha voluto consegnare con forza, rivolgendosi a loro raccontando aneddoti della sua vita e raccomandando di “ascoltare sempre il corpo, che ogni giorno ci dice qualcosa. E se qualcuno dice che, per via dei vostri limiti, non potete fare qualcosa, non gli credete: i limiti sono solo nella nostra testa, niente è impossibile se ci crediamo con forza”. (cl)

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