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Israele ai ferri corti con Airbnb per gli annunci in Cisgiordania

Il gigante degli affitti on line decide di ritirare gli annunci dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. La risposta è in denunce di discriminazione e una campagna di boicottaggio. In occasione della Giornata della solidarietà con il popolo palestinese, su Osservatorio Diritti una ricostruzione della storia in cui si inserisce questa nuova "guerra"

29 novembre 2018

È scontro frontale tra Israele e il gigante degli affitti online Airbnb. Lo scorso 19 novembre la società aveva diffuso un comunicato stampa in cui comunicava la decisione di togliere gli annunci di case che si trovano negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Una presa di posizione chiara, che le è costato tanto una denuncia formale, quanto un boicottaggio a diversi livelli.

In tribunale. Un gruppo di legali di Israele ha deciso di percorrere la strada della causa collettiva rivolgendosi al tribunale di Gerusalemme. Il tentativo in sede giudiziaria è quello di far riconoscere la Airbnb responsabile di discriminazione. Un’accusa che ha travolto anche due ong che hanno sostenuto la compagnia statunitense in questa decisione, l’israeliana KeremNavot e Human Rights Watch.

L’accusa. A cadere vittima della decisione di Airbnb sono circa 200 persone. Tutti chiamati ora dal gruppo di avvocati a prendere parte alla causa. La discriminazione messa in atto dalla multinazionale con quartier generale in San Francisco, sostiene l’accusa, sarebbe «particolarmente grave e oltraggiosa» perché si riferisce solo alla Cisgiordania, ignorando, per esempio, altre zone contese come Tibet, Nogorno-Karabakh o la zona nord di Cipro, dove Airbnbagisce normalmente.

Il boicottaggio. Giustizia a parte, Airbnb deve affrontare ora anche una campagna di boicottaggio globale. Il ministro del turismo di Israele, per esempio, ha annunciato la volontà di ridurre la possibilità di lavorare nel Paese per il colosso degli affitti. Altri politici, inoltre, hanno invitato i cittadini a preferire piattaforme concorrenti. E non sono mancate adesioni in altre parti del mondo: a Beverly Hills, in California, è stato lo stesso sindaco a definire deplorevole la mossa di Airbnb.

Le ragioni della scelta. La società americana ha dichiarato, tra l’altro, di voler togliere le inserzioni su aree fuori dalla green line perché si tratta di zone al centro della disputa storica tra israeliani e palestinesi. Ma pare che ci sia dell’altro. Innanzitutto una pressione costante di diverse ong che da tempo spingono in questa direzione. Tra queste, oltre alle già citate KaremNavot e Human Rights Watch, anche la Jewish Voice for Peace, protagonista di altre campagne contro Booking.com, per esempio. E sulla decisione pare abbia pesato parecchio anche la prossima pubblicazione di una sorta di lista nera da parte dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani: chi fa affari dentro gli insediamenti israeliani, lucrando dall’occupazione di quelle zone, rischia di essere inserito. In ogni caso, Airbnb non ha fatto menzione degli annunci relativi ad altre zone occupate, come gli insediamenti in Gerusalemme Est o nelle Alture del Golan.

L’articolo integrale di Irene Masala, “Israele e Palestina: Airbnb al centro del conflitto nei territori occupati”, può essere letto su Osservatorio Diritti

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