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Cambiare la prospettiva della solitudine: la "lezione" di Alberto Maggi

Il biblista apre la XXIV edizione del seminario di Redattore Sociale alla Comunità di Capodarco con il racconto della sua scelta di diventare prete, dell'impegno nella divulgazione del Vangelo e infine dell'esperienza della malattia. "Andando incontro alla solitudine delle persone la mia non è più solitudine"

30 novembre 2018

Alberto Maggi e Vinicio Albanesi
Solitudini - Alberto Maggi e Vinicio Albanesi 2

Capodarco di Fermo -  E' stata affidata a Alberto Maggi, biblista e frate dell'Ordine dei Servi di Maria la relazione di apertura della XXIV edizione del seminario di formazione per giornalisti di Redattore sociale "Solitudini", che proseguirà fino a domenica 2 dicembre, alla Comunità di Capodarco. Maggi, dialogando con il presidente della Comunità don Vinicio Albanesi - ha raccontato con contagiosa vitalità e ironia il suo percorso: come da ragazzo è diventato prete, il suo impegno nella divulgazione della Bibbia, e infine la sua esperienza di malattia e di superamento della solitudine. 

Inizia proprio dalla Comunità di Capodarco il percorso di Maggi: "Arrivai qui dopo una settimana che avevano aperto la casa (nel 1966 ndr). Questa esperienza ha segnato la mia vita, perché è stato qui che ho capito che per chi non ha gambe dovevo essere le loro gambe, per chi non ha mani dovevo essere le loro mani, ma non dovevo essere la loro testa. Questo me lo insegnò Marisa Galli (una delle fondatrici della Comunità ndr), una donna straordinaria che mi ha dato una lezione mai più dimenticata. L'esperienza di Capodarco mi ha rafforzato nella mia decisione di diventare prete". 

Una scelta inizialmente non sostenuta dalla famiglia, ma approvata solo in seguito: "Vengo da una famiglia brava, onesta - ha raccontato il biblista - , ma non ho avuto una educazione religiosa. Quando dissi che lasciavo il mio impiego in comune per entrare in convento mia mamma mi disse: 'Proprio a noi questa disgrazia'. E anche mio padre, che era sarto di mestiere, mi disse parole tremende e per un mese non uscì più di casa". Un percorso tutto in salita: "Avevo 22 anni ed entrai in convento. Qui mi dissero che non ero adatto al noviziato per il mio 'carattere entusiasta non adatto alla vita religiosa'. Ma ho insistito, sono andato avanti". Poi sono arrivati gli studi nelle Pontificie Facoltà teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all'Ecole biblique et archeologique française di Gerusalemme: "All'inizio il Vangelo mi sembrava un libro di favole. Ed entrai in crisi. Poi ne ho capito il linguaggio, la teologia, la verità e da allora ho cercato di dare agli altri la liberazione che il Vangelo ha dato a me, attraverso la divulgazione a livello popolare". Alberto Maggi è infatti direttore del Centro studi biblici "Giovanni Vannucci" di Montefano (Macerata), che organizza incontri di divulgazione della ricerca scientifica nel settore biblico e cura scritti, trasmissioni radiofoniche, televisive e conferenze in Italia e all’estero. 

"Io credo - ha sottolineato Maggi - che il Vangelo abbia la capacità di far resuscitare i morti e di far fiorire la vita dove la vita non c'è. Il Vangelo andrebbe proibito perchè è pericoloso, è adrenalina, il suo contenuto riduce in polvere chi lo sbandiera". Da qui la riflessione sulla sua attualità: "Quando oggi sentiamo dire 'prima noi poi le briciole agli altri', è come quando si diceva 'prima i giudei e poi i pagani'. Invece il Vangelo insegna: 'tutti insieme'". Ed è attualissima la lezione sul razzismo: "Le parole di Gesù 'Ero straniero e mi avete accolto' non possono essere annacquate. Nel Vangelo di Matteo c'è un termine tremendo: 'Maledetto chi non ha accolto'. E lo straniero non è mai qualcuno che ruba ma porta ricchezza". 

Alberto Maggi racconta così la sua personale esperienza di accoglienza: "Non ho mai chiuso la porta a nessuno, né umiliato nessuno, in particolare mi riferisco a due categorie a cui la Chiesa dovrà chiedere scusa per averle fatte soffrire terribilmente: i divorziati e gli omosessuali". 

Maggi ha raccontato poi la sua malattia: "Sette anni fa ho subìto tre interventi all'aorta, stavo per morire. Ma ho vissuto questa esperienza con euforia, serenità e felicità, perché credo che la morte non toglie la vita ma ci introduce in una dimensione piena. I chirurghi mi hanno detto che sarei potuto morire sotto i ferri, che potevo restare paraplegico e questo per me non sarebbe stato un problema o subire lesioni permamenti al cervello. Questo invece non lo volevo, perchè la mia vita è la testa, perciò ho detto al mio confratello che in questo caso avrei voluto che staccassero la spina. Sul fine vita non ci possono essere delle leggi, ma ogni caso è diverso". 

L'esperienza della malattia ha portato con sè anche quella della solitudine: "Ero in isolamento totale, in un box tutto il giorno da solo e la solitudine è terribile quando si è azzannati dal dolore. Lì ho capito perchè le finestre sono sigillate. Mi ha salvato Facebook, perchè ogni giorno scrivevo messaggi e ricevevo auguri. La mia vita è comunicare. Quando sono uscito dall'ospedale ho pubblicato il libro con i messaggi ("Chi non muore si rivede" ndr) che è diventato anche un testo di studio. Di fronte a una malattia improvvisa ci sono due atteggiamenti. Uno perdente e uno vincente: compiangersi o vedere la malattia come una opportunità". "La felicità - ha concluso Maggi - consiste in quello che dai. Ha detto Gesù: 'c'è più beatitudine nel fare che nel ricevere'. Così si cambia la prospettiva della solitudine: andando incontro alla solitudine delle persone la mia non è più solitudine, vinco la mia solitudine andando incontro agli altri se no si sprofonda nello sconforto nell'amarezza". (ab)

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