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"Solitudine e isolamento": la scelta eremitica e il senso profondo della compagnia

"Voci dal silenzio" è il titolo del documentario sugli eremiti in Italia realizzato da Joshua Wahlen e Alessandro Seidita. Un viaggio che gli stessi autori hanno raccontato al seminario di Capodarco, intervistati dal critico Dario Zonta. La solitudine "è il luogo della gestazione”, alla fine è solamente un ritorno all’altro

02 dicembre 2018

Dario Zonta, Alessandro Seidita, Joshua Wahlen
Dario Zonta, Alessandro Seidita, Joshua Wahlen

CAPODARCO DI FERMO - “È importante distinguere solitudine e isolamento. La solitudine è il momento in cui ho bisogno di stare solo per rimisurare bene il mio rapporto con il cielo, con l’uomo, con il creato. L'isolamento è solo un momento in vista della compagnia”. Alla XXIV edizione del seminario di formazione organizzato da Redattore sociale nella Comunità di Capodarco, Joshua Wahlen e Alessandro Seidita, hanno raccontato “Voci dal Silenzio”, il documentario sugli eremiti in Italia realizzato nel 2017. Intervistati dal critico cinematografico Dario Zonta, una delle voci del programma radiofonico Hollywood Party (Rai RadioTre), hanno ripercorso le tappe che li ha portati a raccontare in un film, uomini e donne che hanno scelto la via solitaria e intima, per recuperare il senso profondo di sé e della vita. Una riflessione sulla natura umana, sulle insidie del mondo contemporaneo e sui rapporti che l’uomo tesse con se stesso, con gli altri e con la dimensione divina.

Senza alcuna sceneggiatura, sono partiti per attraversare l'intera penisola e intervistare i protagonisti: “Filmare è per noi, prima di ogni altra cosa, intessere una relazione”, per questo nessun canovaccio, si sono fatti guidare più che mai da una inclinazione, un orizzonte, un incontro  Difficile trovare un movente che li ha spinti a intraprendere il percorso, tanti sono i motivi. Già nel 2010 a bordo di un vecchio camper attraversano il paese per approfondire le conoscenze sull’esperienza ascetica cercando un nesso “tra la mistica e la follia”. Poi, l’incontro con il fotografo torinese Federico Tisa che, in un momento particolare della vita, zaino in spalla, attraversò l’Italia a piedi, con l’intento di creare una relazione intima con gli eremiti, documentando attraverso le immagini, una storia che in pochi conoscono. Da quell’esperienza è nato il reportage “Visita interiora terrae – Hermits in Italy”.
“Quella grandissima serenità non poteva essere il frutto di un isolamento, quei volti rappresentavano per noi qualcosa di diverso”, spiegano i registi. Colpiti dalle foto di Tisa, si sono lasciati ispirare per avviare il progetto filmico. Non ci sono produttori dietro questo lavoro, hanno deciso di avviare una raccolta fondi che ha permesso loro di realizzare il film e nel realizzarlo non hanno seguito alcuna corrente religiosa, né una prospettiva determinata. La predominanza di figure ricade all’interno di alcuni ceppi, ci sono eremiti calati a una ricerca spirituale personale sganciata da tradizioni, atei con una spiritualità fortissima. “Ci muoveva il voler sapere come si fondono insieme parola e vita all’interno di questo tipo di cammino. Cercare anche degli esempi per noi e poi per altri. Sviluppare un discorso corale per raccontare il ritiro”.

“Si pensa all’eremita privo di relazioni, ma è una visione errata – sottolineano -. Il fatto di essere isolati o solitari non vuol dire che non si è in relazione”. Il viaggio nel silenzio e nella solitudine non è una fuga dalla realtà ma un tentativo di rientrare in sé stessi e interrogare il cuore e spesso è affrontato da chi ha vissuto pienamente la vita, come nel caso di Mirella, l’eremita cattolica, che ha avuto una famiglia e dei figli ed è stata ricercatrice alla Sorbona, prima di sentire il bisogno di ricercare la solitudine per ribilanciare il suo modo di stare al mondo. È importante l’uscita dall’esteriorità e dalla superficialità per ridare valore alla profondità. In un’epoca in cui la condizione umana per difendersi, tenta a chiudersi sempre di più in orizzonti stretti, uscire vuol dire recuperare il senso profondo delle cose, “recuperare un alfabeto perduto e risalire la corrente del proprio mondo interiore alla scoperta delle sorgenti dell'essere”. L’acqua raccolta dalla fonte, la cura per le piccole cose, l’atteggiamento contemplativo con la natura e la realtà che ci circonda… Sono storie sobrie e pulite quelle del documentario, che toccano dentro, con una colonna sonora fatta da brusii che solo la quiete fa scorgere: il vento, le cicale, un fruscio notturno e il crepitio di un fuoco acceso. E gli eremiti sono figure forti, alzano un velo sul disorientamento odierno, distanti dalle voci del mondo in un rapporto coraggioso col raccoglimento. La loro vita sembra essere scandita da un tempo altro, in una semplicità quasi disarmante, piena di dolcezza e verità, dove ogni cosa sembra avere un suo senso. Ed è quel “senso” che crea armonia con lo spazio e l’interiorità.

La domanda non è solo capire perché le loro storie suscitano tanta attenzione, occorre ragionare sul perché oggi abbiamo così timore “dello spazio del silenzio”, cosa abbiamo paura di incontrare in questo luogo, "un’assenza che ci terrorizza e che colmiamo continuamente". All’interno di questo vuoto - confidano gli autori - "c’è la paura della morte, la paura di perdere la propria struttura identitaria. La paura di non saper ricevere l’amore e di non saper amare”. E l’insegnamento che arriva dai protagonisti del film è proprio nella capacità di affrontare questa assenza avendo il coraggio di sottrarre, non solo di riempirla. “La solitudine fa cadere le maschere in un confronto onesto e sincero con se stessi, dove puoi interrogarti veramente su cosa ti appartiene o no. "È la bellezza di riscoprire il proprio nome nascosto, al di là delle sovrastrutture”. Nel silenzio ti accorgi “di quante parole inutili dici o potresti dire o pensi o potresti pensare”. Il silenzio è fondamentale per “dare valore alla parola” e la solitudine  “è il luogo della gestazione” in vista di qualcosa d’altro, della creazione di una identità, di un pensiero. Alla fine “è solamente un ritorno all’altro”.  

Finalista alla XXI ed. del CinemAmbiente e alla XIII ed. della Mostra del Cinema Documentario Etnografico - EtnoFilmFest  il progetto è durato due anni. Lungo il viaggio i registi sono stati sostenuti da cittadini e associazioni dei territori dove vivono gli eremiti: “ci hanno ospitati e questo racconta qualcosa di importante, il bisogno condiviso di orientare il nostro modo di stare al mondo verso panorami più alti. Per riscoprire la responsabilità di vivere bene e la responsabilità di fare del bene”. 

“In tutta dolcezza, mitezza e umiltà, racconto quello che mi è stato dato capire brevemente nel silenzio. Perché ciò che capisci nel segreto, lo devi annunciare sui tetti” conclude un monaco mariano. Non è più una questione individuale. Dobbiamo salvarci tutti, uscire dal settarismo e imparare la coralità. È il miglior antidoto contro la solitudine. (slup)

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