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Hossain, il venditore di rose assunto nel ristorante in cui mendicava

E’ la storia a lieto fine di un immigrato bengalese. Dopo anni sulla strada a vendere rose, è stato assunto come tuttofare nell’osteria di Firenze dove, fino a pochi mesi fa, entrava per vendere i fiori ai commensali

06 dicembre 2018

Hossain, il venditore di rose assunto nel ristorante in cui mendicava

FIRENZE - Prima entrava nel ristorante timidamente, apriva piano la porta e si faceva largo tra i clienti. Passi felpati e silenziosi, per non disturbare. Allungava le rose verso gli uomini, per convincerli a comprare un fiore alla propria compagna. Ma era difficile convincerli. E spesso usciva a testa bassa, a mani vuote, riprendendo il suo cammino, rituale notturno attraverso trattorie e pizzerie del centro storico. 
Oggi Hossain, in quello stesso ristorante, ci entra di gran carriera. Apre la porta e saluta tutti, non ha più le rose sotto il braccio. Appoggia il cappotto all’attaccapanni, si mette il grembiule da chef e si invola verso la cucina.

Una favola a lieto fine, quella di Hossain, ieri rosaio, oggi tuttofare nello stesso ristorante in cui entrava per chiedere la carità. Lava i piatti, spazza per terra, taglia le zucchine, pulisce i gamberi, prepara le insalate. Si vede riflesso negli specchi del locale e quasi non ci crede. “Adesso sono felice” dice lui, bengalese, 43 anni, da tredici in Italia. “Dopo tanti anni di sacrifici, finalmente un lavoro normale”.
Il merito è di Regina, la giovane titolare dell’Osteria dell’Ok, all’angolo tra via dei Servi e via degli Alfani. “Lo vedevo aggirarsi tra i tavoli e mi faceva tenerezza e compassione. Quando uscivo nei locali, tutti i fine settimana lo vedevo farsi largo tra i clienti. Quasi nessuno lo considerava, noi però eravamo diventati amici, a lui mi ero affezionata”. Così tanto affezionata, che dopo averlo visto così tante volte entrare nel proprio ristorante, è stato deciso di dargli una mano: “Ogni volta che entrava, compravamo una rosa per ognuna delle nostre clienti donne” racconta Regina, che gestisce il ristorante insieme alla madre Cristina.

E’ stata proprio Cristina a paventare ad Hossain l’ipotesi dell’assunzione. “In futuro potremo avere bisogno di un dipendente tuttofare, ma devi venire vestito per bene” gli disse qualche mese fa. Hossain la prese seriamente. Così seriamente, che pochi giorni dopo si presentò rivestito da capo a piedi, elegantissimo.
“E così l’abbiamo assunto” raccontano Regina e Cristina. E addio vendita di rose, quel mestiere che l’ha fatto sopravvivere per tantissimi anni. “E’ stata dura, ma non avevo altra scelta” racconta Hossain con un italiano ancora macchinoso. “Molti clienti non mi degnavano neppure di uno sguardo, mi facevano segno con la mano di andarmene, allora io tornavo indietro e uscivo dal locale. Andavo una volta a settimana al mercato dei fiori di Pescia e compravo rose di tutti i colori”. Poi, ogni sera, il giro per il centro storico alla caccia di clienti. “Ogni mese guadagnavo fino a 600 euro, buona parte dei quali li spedivo a casa a mia moglie e ai bambini”. Lavorava ogni sera, dalle 20 fino alle 3 di notte. Sempre a piedi, tra osterie e locali. “Quelli che spendevano di più, erano gli uomini innamorati, quelli per cui l’acquisto di una rosa aveva un senso importante”.

Adesso, grazie al nuovo lavoro, Hossain potrà mettere da parte qualche risparmio e tornare finalmente in Bangladesh a trovare la sua famiglia. “Non ci vado da quasi quattro anni, ho voglia di riabbracciare i miei figli Erin e Sapath”. Hossain ha un contratto a chiamata, lavora praticamente tutti i giorni. Ha lasciato il mestiere di rosaio, ma in fondo un po’ gli dispiace. “Ho chiesto di prendermi libero il sabato sera, così posso continuare a girare per il centro con le rose”. (Jacopo Storni)

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