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Preparare il Dopo di noi, con il coach familiare che aiuta a “uscire dal bozzolo”

Il progetto, nato dall'incontro tra due psicologi ideatori del modello e la cooperativa Il Mandorlo, è attivo per ora in Emilia Romagna: il “coach familiare” entra nelle case delle persone con disabilità e accompagna la famiglia nel superamento delle criticità. Una volta a settimana per sei mesi, con l'obiettivo di creare quella “rete sociale che può fare la differenza”

11 dicembre 2018

ROMA – Accompagnare la persona con disabilità e la sua famiglia nello sviluppo dell'autonomia, per l'inserimento o il reinserimento sociale: è il compito che si pone il “coach familiare” quando entra in una casa, destinato a tornarci, di solito una volta a settimana, per circa sei mesi. E' questo, in sintesi, il modello messo a punto da due psicologi emiliani, Pietro Berti e Serena Cartocci, che lo mettono in pratica con la cooperativa di Cesena “Il Mandorlo” e ora lo raccontano nel volume “Una vita 'dopo di noi' – La vita autonoma e adulta delle persone con disabilità”, edito da Vie. Un progetto che si sta sperimentando con successo, nei comuni della Valle del Savio e del Rubicone, coinvolgendo finora quasi 50 famiglie. A metterlo in moto, c'è la convinzione che solo entrando nelle case si possano cogliere i reali bisogni e le risorse disponibili (e indispensabili) del nucleo familiare. 

Il progetto ha mosso i primi passi, in via sperimentale, con le associazioni del territorio, fino all'incontro, quattro anni fa, tra i due psicologi e la cooperativa “Il Mandorlo”, che ha reso possibile e strutturale la sinergia con i servizi sociali. “Abbiamo trovato questo modello affine al lavoro che svolgiamo, come cooperativa di tipo A e di tipo B – ci spiega la presidente della cooperativa, Luana Grilli – Si passa dal modello del 'lettino' e del 'parlami di te' a un lavoro insieme al nucleo familiare, per affrontare con loro bisogni e limitazioni, ma anche per valorizzare le risorse. Questo modello, prevedendo la presenza dentro la casa, crea un rapporto molto utile, perché permette di analizzare il contesto familiare e le reali dinamiche, che a volte restano nell'ombra. L'obiettivo finale è preparare da oggi il 'dopo di noi', sviluppando fin d'ora risorse che saranno la base per affrontare con maggiore sicurezza il futuro. Possiamo dire che il coach aiuta la famiglia a creare una rete sociale che può fare la differenza: in questo modo, aiuta la famiglia a uscire da quel bozzolo che spesso si crea in difesa della persona con disabilità”

Pietro Berti ci aiuta a comprendere meglio chi sia e cosa faccia il coach familiare.

Chi sono i vostri destinatari?
“Ci rivolgiamo alle famiglie che hanno persone adulte con disabilità di qualsiasi genere e devono iniziare a programmare il cosiddetto 'dopo di noi' – ci spiega Pietro Berti - Questo è il nostro target principale, ma stiamo sperimentando il modello anche su altre fasce di utenza. Per esempio, la direzione territoriale di Inail si è interessata alla nostra proposta e ha approvato due progetti, rivolti a famiglie di infortunati sul lavoro. 

Chi è e cosa fa il coach familiare?
Premetto che i coach sono due: uno operativo, che entra direttamente in casa e agisce con il nucleo familiare; l'altro supervisore, con cui il primo costantemente si confronta. Il compito del coach è accrescere l'autonomia e la consapevolezza nella comunicazione. Per intenderci, il coach può aiutare la famiglia di una persona con autismo a leggere, prevenire ed eventualmente affrontare i comportamenti problema. 

Come avviene la scelta delle famiglie?
Tramite segnalazione da parte dei servizi sociali: di solito veniamo contattati per le famiglie con le quali siano stati tentanti altri interventi ma nessuno sia andato a buon fine, oppure per le situazioni di stallo, in cui non si riesce a superare la fase critica. Noi rivolgiamo alla famiglia una proposta d'intervento: se questa viene accettata, firmiamo un vero e proprio contratto, in cui noi la famiglia si impegna a svolgere il proprio compito. E così inizia l'accompagnamento, che generalmente consiste in una presenza di un paio d'ore, una volta a settimana, per circa sei mesi. 

Qualche esempio di ciò che i coach fanno insieme a queste famiglie?
Il primo esempio riguarda una disabilità acquisita: siamo andati da una ragazza che, a seguito di un grave incidente, aveva subito una perdita psicofisica superiore al 90%,, per cui aveva ridotte capacità sia motorie che di comunicazione. Manifestava però una gran voglia di uscire e fare cose nuove: il coach aiuto la famiglia a cogliere questo bisogno e iniziò a portarla fuori casa, insieme ai genitori, per mostrare loro come la ragazza si comportasse fuori e come comunicasse, anche senza usare le parole. La famiglia ha così imparato questa nuova modalità e oggi, che il nostro intervento si è concluso, la ragazza regolarmente essere e partecipa ad attività di socializzazione, con una persona che una volta a settimana si dedica a questo. L'altro esempio riguarda la disabilità congenita: un ragazzo con ritardo mentale grave, con comportamenti problema e aggressività verso i genitori: il coach ha notato come i comportamenti problema derivassero da una relazione disequilibrata e caotica con i genitori stessi, quindi ha fornito loro gli strumenti per comunicare pià tranquillamente con il figlio. Nell'arco di 4-5 mesi la situazione è molto migliorata. 

Come si relazione il coach con le altre figure di supporto eventualmente presenti in famiglia?
Il coach prende contatti con tutte le figure che ruotano intorno alla famiglia, collaborando con loro senza sostituirsi, ma cercando di integrare le competenze. Noi ci proponiamo come quelli che fanno qualcosa di diverso, non 'rubiamo' lavoro a nessuno ma cerchiamo invece di valorizzare il lavoro degli assistenti domiciliari, mostrando alla famiglia il lavoro positivo che questi fanno. E poi, facciamo da contenimento per l'esasperazione che spesso queste famiglie manifestano. Un paio di assistenti sociali ci hanno ringraziato perché alcune famiglie, che abitualmente si facevano sentire almeno una volta a settimane, dopo il nostro intervento non si sono fatte sentire per oltre sei mesi. Segno che queste famiglie, con la nostra presenza, non si sentivano più abbandonate e non avevano bisogno di rivolgersi ai servizi per chiedere aiuto. 

Quali possibili sviluppi immaginate per questo progetto?
Io penso che potremmo pensare di accompagnare le famiglie delle persone con disabilità nelle fasi critiche della vita, che già possiamo precedere. Per esempio, nel passaggio dall'età scolare a quella fase successiva in cui, attualmente, non esiste praticamente nulla; oppure, nelle prime esperienze lavorative, laddove queste siano possibili; o, ancora, nel momento in cui genitori vanno in pensione, oppure manifestano primi acciacchi dovuti all'età. Credo che in queste fasi il coach familiare possa avere un gioco decisivo, nel prevenire e ridurre le criticità e le complessità. (cl)

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