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Stazioni meteo in Bolivia per prevedere nubifragi e alluvioni

In America Latina prevedere disastri significa guadagnare tempo utile per evacuare case, scuole, ospedali, mettere in salvo il bestiame e limitare i danni a economie già fragili. Nel municipio di Chipaya, Gvc e la Fondazione Cima investono per riabilitare stazioni meteo in disuso a basso costo

02 gennaio 2019

Stazione metereologica
Una stazione metereologica

BOLOGNA - “Quando siamo arrivati per la prima volta a Chipaya il municipio era completamente sott’acqua. Le piantagioni di quinoa, kañahua e patate erano distrutte. Gli animali erano morti o malati, c’erano solo dei lama con il collo fuori dall’acqua, stremati”. Chipaya è un piccolo municipio indigeno boliviano, al confine con il Cile. Alberto Schiappapietra è il coordinatore della attività di Gvc in America Latina, prima era stato per oltre 10 anni rappresentante Paese in Bolivia. “È in momenti simili che si rende ancor più evidente che l’economia di questo popolo è molto complessa e si basa solo sull’autoconsumo. Resiste grazie alla migrazione e proprio per questo rischia di non avere futuro. Prima del nostro arrivo, non si era fatto molto per evitare i disastri. I sistemi in uso per la gestione del territorio e la fertilizzazione dei suoli possono ricordare tecniche utilizzate nell’antico Egitto, basate sulla rotazione agraria e sulla deviazione del corso dell’acqua del fiume per rendere fertili i terreni lasciati a maggese”.

Esondazioni e alluvioni – ma anche cicli di siccità continui – mettono periodicamente in ginocchio l’economia di questo popolo indigeno di nativi le cui antiche tradizioni sono rappresentate ormai solo da 2 mila persone che vivono a 4 mila metri di altitudine, vicino alla frontiera con il Cile. “Per anni, i Chipaya hanno difeso la loro identità e la Pacha Mama, la terra madre, dall’invasione di vari popoli. Oggi si difendono dallo spopolamento causato dal cambiamento climatico e la mancanza di opportunità per i giovani. Proteggere il territorio da eventi metereologici e idrogeologici e dagli effetti del cambiamento climatico, però, è un obiettivo che va al di là degli sforzi comunitari e locali ed è inscindibile dalle potenzialità del sistema nazionale boliviano”.

Per questo Gvc, insieme con la fondazione di ricerca Cima – fondazione di ricerca della quale fanno parte l’Università di Genova, la Regione Liguria, la Protezione civile e la Provincia di Savona –, ha scelto di investire anche a Chipaya per dotare i sistemi nazionali di strumenti di monitoraggio del rischio in uso presso la Protezione civile italiana e a riabilitare stazione metereologiche in disuso a basso costo. Obiettivo, prevedere disastri, esondazioni, nubifragi e alluvioni: “Questo significa guadagnare tempo utile per poter evacuare case, scuole, ospedali, mettere in salvo il bestiame e limitare i danni a economie già fragili. La vera sfida però è operare a livello locale in un contesto in cui mancano informazioni e dati nazionali necessari per avere un impatto immediato sulla vita della popolazione locale, e contemporaneamente agire globalmente su tutta l’area per incrementare le potenzialità di monitoraggio dei paesi confinanti”. Il progetto, infatti, è transnazionale e coinvolge, oltre alla Bolivia, anche il Paraguay e il Perù. L’esordio, invece, era stato nell’Amazzonia boliviana. 

Il popolo indigeno Chipaya
Il popolo indigeno Chipaya

In Bolivia oggi ci sono solo circa 200 stazioni, per lo più a lettura manuale, utili solo per analisi climatologiche. Solo un’ottantina sono automatiche e collegate in tempo reale e possono fornire informazioni importanti per i sistemi di allerta precoce. “Un numero ridottissimo e insufficiente”: basti pensare che in Italia ce ne sono 3.500 per soddisfare le esigenze di un territorio tre volte più piccolo di quello boliviano. “Il problema principale è che una stazione completa costa ben 16 mila dollari. Inoltre, l’azienda appaltante non cede la proprietà del dato prodotto, mentre noi ne abbiamo assolutamente bisogno per poterlo utilizzare nei modelli di previsioni metereologiche e idrologiche su scala nazionale. Così abbiamo trovato una soluzione economica, elaborata da Fondazione Cima, che ci consente di produrre stazioni con un costo di 2 mila dollari e di usufruire della licenza open hardware che consente di produrre autonomamente i componenti necessari per riabilitare le stazioni idrogeologiche che hanno smesso di funzionare”.

“L’arrivo delle informazioni in tempo reale alle autorità municipali è attualmente garantito ma il problema si viene a creare proprio nel momento in cui si deve comunicare a livello locale e comunitario l’allerta”, spiega Schiappapietra. Perché, per quanto nel municipio di Chipaya ci siano internet e rete telefonica, il segnale non è presente in tutte le zone periferiche e le comunità in molte aree rurali sono isolate. Inoltre, è necessario che a livello locale chi riceve l’informazione sappia ritrasmetterla correttamente. Nel caso di Chipaya, “la principale criticità è legata alla carenza di personale tecnico: c’è solo una persona che si occupa di logistica che riceve un sistema di allerta semaforica. Il problema, poi, è che le cariche del governo autonomo di Chipaya decadono dopo un anno e periodicamente tutte le informazioni che forniamo localmente vengono perse. Con un progetto sostenuto dai programmi Eu Aid Volunteers di capacity building abbiamo pensato a dei video tutorial per istruire i tecnici in materia di gestione del rischio, sfruttando la memoria visiva dei Chipaya che da sempre tramandano le informazioni solo oralmente”.

Al momento, sul territorio, ci si serve di ricetrasmittenti e della radio per trasmettere i bollettini di allerta, ma la sfida della diffusione delle informazioni rimane ancora aperta. “Il bisogno cui dobbiamo rispondere ora è quello di trovare modalità per avere un impatto immediato sulla vita dei Chipaya, così come di tutte le altre popolazioni in Bolivia, Perù e Paraguay”. (Ambra Notari)

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