Carcere, "un sistema che funziona è la chiave contro la radicalizzazione"

Conclusi i lavori del progetto Rasmorad che vede l’Italia capofila di un piano volto a contrastare il radicalismo violento attraverso la collaborazione tra Stati (coinvolti Romania, Portogallo, Bulgaria e Francia, Belgio e Cipro), il rispetto dei diritti, l’integrazione e la formazione degli operatori

11 gennaio 2019

ROMA - “Un sistema penitenziario ben funzionante è la chiave per contrastare la radicalizzazione in carcere”. E’ partito da questo presupposto e si è concluso con la firma di un memorandum d’intesa che impegna i Paesi partner a proseguire l’attività di ricerca, informazione e scambio delle buone pratiche, “Rasmorad Prison & Probation “Raising Awareness and Staff MObility on violent RADicalisation in Prison and Probation Services”, il progetto per la prevenzione e l’uscita dal radicalismo violento promosso dal Ministero di Grazia e Giustizia e attuato dal Dipartimento della Giustizia minorile e di comunità.
Italia capofila nei due anni di lavori che hanno visto la collaborazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e l’adesione, in qualità di partner europei, delle amministrazioni penitenziarie e di probation di Romania, Portogallo, Bulgaria e Francia, mentre hanno partecipato come partner associati anche le amministrazioni penitenziarie di Belgio e Cipro.

“Abbiamo lavorato – spiega il direttore generale per l’Esecuzione penale esterna, Lucia Castellano, a capo del progetto europeo – allo sviluppo di una metodologia comune per individuare i fattori di rischio e al rafforzamento della cooperazione tra i paesi dell’Ue per favorire lo scambio di informazioni e garantire l’interoperabilità dei sistemi informativi. Il dialogo costruito in questo periodo ha dato importanti risultati perché ha permesso di avviare una collaborazione e uno scambio sui reciproci modelli operativi e una ricerca sulle metodologie di trattamento”.

Il progetto, che ha visto anche la partecipazione dell’Istituto internazionale di Scienze Criminali di Siracusa (partner scientifico), dell’Unione delle comunità islamiche in Italia, dell’Università di Timisoara della Romania, dell’Istituto psicoanalitico per la ricerca sociale e di Exit Italia Onlus, ha puntato anche al rafforzamento delle competenze professionali del personale penitenziario e di probation, alla messa a punto di programmi di de-radicalizzazione, disimpegno e riabilitazione rivolti a detenuti o condannati per atti di terrorismo, nella prospettiva del rilascio, e al rafforzamento della cooperazione con il sistema giudiziario e la magistratura di sorveglianza, le forze dell’ordine e gli stakeholder per promuovere l’eventuale applicazione di misure alternative al carcere.

“Rasmorad – sottolinea Lucia Castellano - si è sviluppato in coerenza con gli indirizzi europei che hanno come obiettivo principale garantire la sicurezza sociale attuando le decisioni giudiziarie, sia eseguite in carcere che nella comunità, in modo sicuro per la collettività, nella consapevolezza che a lungo termine la società sia più sicura quando i detenuti sono reintegrati. E nel convincimento che le persone siano in grado di passare attraverso un cambiamento positivo e di disimpegnarsi dalla violenza se viene offerto un supporto trattamentale”.
Ma questo processo, è stato ribadito in più occasioni nel corso dei lavori, può avvenire se nell’area penale sono pienamente riconosciuti e rispettati i diritti umani. “Un ambiente carcerario più sicuro e ordinato, anche in termini di relazioni dinamiche – spiega il direttore generale -, è condizione preliminare per limitare i processi di radicalizzazione e predisporre programmi di disimpegno”.

Rispetto dei diritti e collaborazione con le reti territoriali in primo piano. “Per prevenire la radicalizzazione e sostenere i processi di disimpegno – aggiunge Lucia Castellano -è fondamentale un approccio fondato sulla multi professionalità e la collaborazione tra le diverse agenzie istituzionali e territoriali che cooperano nella gestione dei soggetti sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Questo metodo di lavoro è tradizionalmente utilizzato nel nostro Paese, fin dall’avvio della riforma penitenziaria, ed è stato sempre più implementato specie nel sistema delle misure e pene di comunità dove è centrale la connessione delle nostre strutture periferiche con la rete dei servizi del territorio e del volontariato. Un approccio risultato largamente adottato anche nei paesi partner, come evidenziato nella rilevazione delle metodologie di lavoro e delle buone prassi”.

Gli esiti della ricerca scientifica sono stati presentati alla Conferenza di Roma, che ha concluso i lavori, insieme alle Linee guida nazionali sul tema della exit strategy, e rappresentano l’avvio di un’opera che proseguirà con i progetti di formazione professionale, già iniziati in alcune regioni del Paese, “con lo scopo – sottolinea il direttore generale - di supportare gli operatori impegnati in prima linea con maggiore formazione e consapevolezza delle sfide che ci attendono”.
I risultati sono stati diffusi attraverso 5 moduli formativi on line (webinar), destinati al personale penitenziario e di probation e a tutti gli operatori degli Enti e della rete territoriale che collaborano con l’Amministrazione della giustizia. Mentre l’attività programmata nel corso del progetto è stata documentata nel sito internet www.rasmorad.org, dove sono pubblicate le newsletter mensili di informazioni, i verbali delle riunioni e dei workshop transnazionali e dove è possibile reperire ogni altra informazione utile. (Teresa Valiani)

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