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L'Europa apre le porte al diritto alla riparazione. “Un passo avanti importante”

Per lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi i pezzi di ricambio dovranno essere disponibili per 7 anni. L'Unione europea rivede i requisiti di ecodesign. Ugo Vallauri (The Restart Project): “Ora pensiamo agli smartphone”

18 gennaio 2019

LONDRA - Per almeno 7 anni dalla messa in commercio dei nuovi modelli, dovranno essere disponibili i pezzi di ricambio per garantire la riparabilità di lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, schermi, lampade. Ha votato in questo senso il Consiglio dell'Unione europea, che sta revisionando i requisiti di ecodesign per questo gruppo di prodotti elettronici. Manca solo il voto finale del Parlamento, poi da aprile 2021 le misure dovranno essere adottate dai Paesi membri. “È un passo avanti importante verso il diritto alla riparabilità”, commenta Ugo Vallauri, co-fondatore di The Restart Project, un'organizzazione nata nel 2013 con l'obiettivo di aiutare le persone a imparare ad aggiustare i propri dispositivi elettronici, per farne un uso rispettoso dell'ambiente. “Le votazioni del Consiglio d'Europa che si sono tenute tra dicembre e gennaio hanno creato due precedenti importanti – spiega Vallauri -. Per la prima volta in una legge europea si parla dell'accesso ai pezzi di ricambio per prodotti elettronici come televisori, lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi. Dovranno essere disponibili per almeno 7 anni dall'uscita di un nuovo modello, 10 nel caso delle lavatrici. L'altro precedente, potenzialmente ancora più importante, riguarda il fatto che i pezzi potranno essere sostituiti usando strumenti che sono normalmente a disposizione di chi fa le riparazioni, e non con attrezzi specifici per un singolo produttore”.

“L'Europa apre la strada al diritto alla riparazione”, commenta lo European Environmental Bureau, che riunisce 150 associazioni impegnate per l'ambiente in 30 Paesi europei, per la maggior parte membri dell'Unione. D'ora in poi i produttori dovranno tenerne conto in fase di progettazione, prevedendo un design che permetta di aprire e riparare gli oggetti, con l'obiettivo di allungarne la vita. “I rifiuti elettronici sono la frazione di rifiuti che sta crescendo più velocemente al mondo”, scrive sul suo sito EEB, e “nell'Ue solo il 35% di essi viene raccolto e trattato in maniera appropriata”. Per produrre meno rifiuti elettronici diventa cruciale poter aggiustare i prodotti, quindi avere i pezzi di ricambio. Per molti elettrodomestici finora non è stato possibile senza che fosse anche molto oneroso. La revisione delle norme, che deve essere completata dal voto su una serie di prodotti a uso industriale, va nella direzione di un ecodesign centrato non tanto sulla riciclabilità quanto sulla riparabilità. “Non esistono fuori dalla Ue leggi che abbiano fatto questo passo – aggiunge Vallauri -, è una grande opportunità per influenzare anche altre legislazioni e aiuterà i movimenti per il diritto alla riparazione”.

Non mancano alcune note dolenti, dal punto di vista di chi vorrebbe estendere il più possibile questo diritto, per favorire il pieno utilizzo degli elettrodomestici. “È stata introdotta una distinzione tra chi può accedere ai pezzi di ricambio e chi no – chiarisce Vallauri -. I Paesi membri, infatti, dovranno istituire dei registri per i riparatori, e solo gli iscritti potranno ottenere dalle case produttrici i pezzi di ricambio e i manuali delle istruzioni. Se non saranno istituiti, il singolo riparatore professionale dovrà chiedere direttamente alla casa produttrice di essere abilitato”. Per chi promuove l'autoriparazione attraverso i Repair Café, appuntamenti informali nei quali ognuno impara a smontare e riparare, ove possibile, questo potrebbe essere un ostacolo: “La riparazione comunitaria rimane discriminata, eppure spesso è un ottimo complemento all'attività dei professionisti - rivendica Vallauri -. È un precedente che potrebbe rivelarsi problematico quando saranno riviste le norme sull'ecodesign di altri prodotti”. 

Altra nota dolente è il fatto che i manuali non saranno disponibili sui siti Internet dei produttori, come prevedeva una prima bozza del testo votato. “Le lobby dei produttori hanno lavorato bene. In Italia così bene, che più volte i nostri rappresentanti, secondo quello che ci è stato riferito perché le sessioni non sono pubbliche, hanno cercato di ridurre la portata rivoluzionaria delle nuove norme. È una resistenza che non è attribuibile solo agli ultimi due governi, ma si è sviluppata negli anni. Non si tiene conto che ormai il 77% dei cittadini europei è favorevole a prodotti più riparabili. Lo dimostra anche il successo della petizione lanciata su change.org da Giacimenti Urbani e Restarters, che ha superato le 100 mila firme. Eppure in Italia manca una posizione del governo. In Germania, altro importante produttore di apparecchi elettronici, non è così”.

Ma le associazioni guardano avanti, pensando che quello che sta succedendo oggi potrà influenzare la revisione dei regolamenti europei per altri prodotti elettronici, come gli smartphone. “Per la prima volta è entrato in gioco un principio diverso, il consumo energetico è stato collegato con l'efficienza misurata su tutto il ciclo di vita del prodotto, non solo nella fase d'uso. Se si pensa che l'80% del consumo energetico per gli smartphone avviene in fase di produzione, ci si rende conto che riparare è fondamentale anche per risparmiare energia”, conclude l'attivista. (Benedetta Aledda)

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