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Reddito di cittadinanza: così la misura esclude gli stranieri più poveri

Il parere di Alberto Guariso, avvocato membro del direttivo Asgi: “I 10 anni di residenza per italiani e stranieri rendono la misura solo apparentemente neutra, l’obiettivo è escludere i migranti”. Discriminante anche il requisito del permesso Ue di lungo periodo. "Ci sono i presupposti per ricorrere e sollevare la questione di incostituzionalità"

18 gennaio 2019

ROMA - Una misura solo “apparentemente neutra” che ha l’obiettivo chiaro di escludere gli stranieri poveri, e regolarmente soggiornanti nel nostro paese, dal sussidio. Giudica così il reddito di cittadinanza, appena varato dal Governo, Alberto Guariso, avvocato e membro del direttivo di Asgi (Associazione studi giuridici per le migrazioni). Secondo il decreto, infatti ad averne diritto sono i cittadini italiani o “di paesi facenti parte dell’Unione europea, ovvero suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero proveniente da paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; residente in Italia da almeno 10 anni al momento della presentazione della domanda, di cui gli ultimi due anni in modo continuativo”.

“E’ una misura finalizzata ad escludere gli stranieri poveri che hanno diritto di stare in Italia. Non si capisce, infatti, perché lo straniero regolare, se povero, non possa usufruire di questo aiuto contro la povertà - spiega Guariso - . Ed è davvero insulso dal punto di vista dell’interesse pubblico: è interesse della collettività aiutare le persone povere, anche quelle straniere. Non basta dire che anche gli italiani devono avere come requisito i 10 anni di residenza, perché indirettamente questo requisito discrimina di più gli immigrati”. Nello specifico, secondo l’esperto di diritto, la misura ha “un’irrazionalità intrinseca”: 10 anni sono un periodo troppo lungo rispetto a un bisogno essenziale come quello di uscire dalla povertà. E Bisogna rispondere al bisogno nel momento in cui la persona è già parte della collettività.

In particolare il riferimento è a una recente sentenza della Corte costituzionale, che ha giudicato una norma sull’accesso al fondo nazionale di sostegno alla locazione per famiglie bisognose. Anche in questo caso si prevede il requisito di 10 anni di residenza nello Stato o 5 anni nella Regione. Nel caso specifico la Corte ha stabilito che entrambi i requisiti sono del tutto “irragionevoli e arbitrari” : quello di 10 anni “attinge gli estremi dell’irrazionalità intrinseca” perché equivale al requisito necessario per ottenere la cittadinanza italiana; e anche quello dei 5 anni è irrazionale perché “non si può ravvisare alcuna ragionevole correlazione” tra il soddisfacimento di bisogni primari (che anche il reddito di cittadinanza sarebbe chiamato a soddisfare) e la lunga permanenza in un determinato territorio (sentenza 166 del 20.7.18).

“Nelle motivazioni di questa sentenza non si fa tanto riferimento alla discriminazione rispetto agli italiani quanto piuttosto all’irragionevolezza del requisito in sé perché se esiste un bisogno impellente, di grave povertà, dieci anni sono assolutamente irragionevoli - aggiunge Guariso - Siamo nell’ambito dei bisogni essenziali della persona e i requisiti sono assolutamente sproporzionati”.  Inoltre, secondo Asgi, c’è anche un altro problema, che riguarda il requisito del permesso Ue di lungo periodo per gli stranieri provenienti da Paesi Terzi, che di fatto esclude i titolari di permesso unico di lavoro. “Questo non ha senso: il permesso di lungo periodo si acquisisce avendo un reddito minimo - spiega il giurista - E’ come dire che lo straniero deve avere un titolo che presuppone che lui non sia troppo povero per andare a chiedere una misura di contrasto alla povertà. La Corte sta esaminando questa contraddizione proprio in questi giorni anche in riferimento all’assegno sociale, che ha lo stesso problema”.

Secondo Asgi, dunque, bisogna togliere il requisito del permesso di lungo periodo e ridurre i dieci anni di permanenza. “Il Rei (Reddito di inclusione, ndr) aveva in parte risolto la questione, abbassando a due anni la permanenza sul territorio mentre aveva lasciato il requisito del permesso di lungo periodo - continua Guariso -. A non avere il titolo di lungosoggiornanti sono un numero consistente di stranieri, ma il problema è che sono soprattutto quelli più poveri. Se resta anche il requisito dei 10 anni saranno pochissimi a poter usufruire della misura. Bisognerebbe togliere entrambe le limitazioni per consentire agli stranieri di accedere in maniera egualitaria al reddito di cittadinanza. Ma, come ha detto lo stesso Di Maio in più occasioni, in questo modo si cerca proprio di escluderli. L’idea è di fare una misura solo per gli italiani nei fatti - conclude Guariso -. Tra i 5 milioni di poveri assoluti 1 milione e mezzo sono stranieri, la misura dovrebbe dunque andare a un quinto degli stranieri mentre il Governo continua a sostenere che i migranti che ne usufruiranno saranno solo 200 mila. Si crea una discriminazione ingiustificata e indiretta. Ci sono i presupposti per ricorrere e margini per sollevare la questione di incostituzionalità”. (Eleonora Camilli)

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