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Boubacar, accolto in famiglia: "Solo gli africani possono salvare l’Africa"

A 13 anni è partito dalla Guinea Conakry e nel 2015 è sbarcato sulle coste siciliane. Oggi lavora e va a scuola. “Chiudere i porti è inutile, le persone continueranno a partire”. E aggiunge: "Noi africani dobbiamo tornare per assicurare un futuro"

22 gennaio 2019

BOLOGNA – “Nessun Occidente può salvare l’Africa. Siamo noi africani che dobbiamo tornare per assicurare un futuro al nostro continente, noi sappiamo di cosa ha bisogno. Per questo dobbiamo essere aiutati qui, in Europa: dobbiamo acquisire competenze che riporteremo nei nostri Paesi d’origine, e li cambieremo in meglio. Per noi africani, l’Occidente è il paradiso: perciò io dico, ‘aiutateci qui, poi noi aiuteremo le nostre famiglie’. È questo il mio sogno: acquisire competenze in Italia per assicurare uno sviluppo al mio Paese”. Boubacar ha vent’anni. Il 4 dicembre del 2015 è arrivato, minorenne, in Sicilia dalla Guinea Conakry: “Non so dove ci avessero fatto sbarcare, non ce l’hanno detto. Ma so che sono stato l’unico a essere spostato a Bologna”. Un passaggio dall’hub di via Mattei, l’inserimento in una struttura d’accoglienza per minori stranieri non accompagnati, la licenza media, il periodo di formazione a Radio Città del Capo con la trasmissione “Benvenuti a Bologna”, le scuole serali.

Poco dopo avere compiuto i 18 anni, Boubacar è stato inserito nel progetto di accoglienza in famiglia Vesta, gestito dalla cooperativa Camelot insieme con il Comune di Bologna. “Mi ha accolto Francesca, signora friulana che da anni vive a Bologna. Avrei dovuto fermarmi 9 mesi, come previsto, ma Comune e Camelot si sono accordati su 12. Il progetto di fatto si è concluso lo scorso maggio, ma io vivo ancora da Francesca, che non percepisce più nessun contributo. Non sono ancora indipendente economicamente. Francesca mi ha accolto come un figlio, non ha mai fatto domande, non mi mai chiesto la mia storia. Non mi ha mai considerato uno straniero”.

Ogni giorno Boubacar si sveglia alle 5 per andare a lavorare in un’azienda alle porte di Bologna. “Lavoro dalle 8 alle 14, torno a casa, mangio, poi mi preparo per andare a scuola. Frequento i corsi di economia aziendale dalle 17.30 alle 22.30. Così tutti i giorni. Nel weekend vado in giro a intervistare le persone per ‘Dove ci porta il mare’, il progetto che porto avanti sulla mia pagina Facebook Benvenuti a Bologna”. In radio, infatti, Boubacar ha scoperto la sua passione. “Lavoro, studio, certo. Ma voglio trovare il tempo anche per fare radio, per non perdere quello che ho imparato durante il mio tirocinio. Mi rivolgo ai tanti connazionali che arrivano qui come me e non hanno informazioni sufficienti per riuscire a capire come muoversi. Così, visto che in radio avevo già il mio piccolo pubblico, ho scelto di andare avanti per conto mio”.

Boubacar è partito dalla Guinea a 13 anni. Orfano di padre da quando ha 3 anni, a 8 per una malattia ha perso anche la mamma. Ha un fratello maggiore, che vive ancora in Guinea. “Nel 2012 sono partito dalla Guinea e sono arrivato in Benin, dove mi sono fermato 3 anni. Facevo il facchino, ma poi ho avuto un problema con i documenti – e come me tanti miei amici – e da Cotonou, la città più popolosa del Benin, sono partito, da solo, per l’Algeria”. Un viaggio in autobus fino al confine tra Niger e Algeria e l’incontro con i trafficanti. Un mese ad Algeri e poi ancora problemi con i documenti. “Era l’agosto del 2015 quando siamo arrivati a Tripoli, in Libia. Sono rimasto 3 mesi. Tre mesi in cui ho visto morire i miei amici, li ho visti andare in prigione, li ho visti andare a lavorare e non tornare mai più”. A Tripoli Boubacar vive in un casolare abbandonato gestito dagli scafisti con altre 500 persone. “A dicembre sono entrati di notte e ci hanno chiesto tutti i nostri soldi. Un mio amico della Guinea, appena sveglio, non ha eseguito subito l’ordine e gli hanno sparato. Il giorno dopo ho deciso di partire verso l’Europa: in Libia puoi entrare ma dalla Libia non puoi uscire. La Libia è l’inferno: tutti noi che scappiamo sulle barche pensiamo che sia meglio morire nel Mediterraneo piuttosto che continuare a vivere in Libia”.

Il viaggio verso la Sicilia è costato 800 euro. Duecentoquaranta persone nascoste in una grotta per 2 settimane: la mattina il pane, la sera l’acqua. Era dicembre, faceva freddo. Uomini, donne, bambini. Una notte, l’annuncio: “Vi mettiamo su 2 gommoni”. Due gommoni per 240 persone, 120 su uno, 120 sull’altro: “Quei gommoni potevano portare al massimo 75 persone. Alla fine noi ce l’abbiamo fatta ad arrivare sulle coste italiane. Dell’altro gommone non abbiamo mai saputo nulla”.

“Nel 2018, quanti come Boubacar sono morti nel Mediterraneo? E nel 2019 quanti moriranno?”, si chiede sulla sua pagina Facebook. “Considerata la situazione di oggi, mi rendo conto di essere stato molto fortunato, anche se già allora questa onda di intransigenza stava montando. Ma l’Occidente deve capire che anche se chiudono i porti, le persone continueranno a partire. In Libia ti torturano, ti stuprano, ti picchiano, ti fanno morire piano piano. L’Italia ha fatto tante cose buone, ora anche gli altri Stati devono fare la propria parte, per trovare una soluzione insieme”.

Sabato 26 gennaio ci saranno anche Francesca e Boubacar alla giornata di studio “Da clandestini a cittadini” organizzata dalle famiglie accoglienti, ovvero quelle famiglie che, alla conclusione del progetto Vesta, hanno scelto di andare avanti ad accogliere i ragazzi. Dopo la trasformazione in legge del decreto sicurezza, sabato, divise in più tavoli, lavoreranno intorno ai temi più urgenti: casa, lavoro, sanità, scuola, cultura. Obiettivo, creare una rete fra le realtà già attive sul territorio italiano. (Ambra Notari)

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