Egitto, lavoratori nel mirino di Al Sisi: stretta sui sindacati

Se va bene si rischia il posto di lavoro, se va male si può finire in prigione e restarci una quindicina d’anni: accade in Egitto, dove difendere i diritti dei lavoratori può costare davvero caro. A denunciarlo è “Striking Back” (Colpire ancora), l’ultimo report della ong irlandese Frontline Defenders

28 gennaio 2019

Se va bene si rischia il posto di lavoro, se va male si può finire in prigione e restarci una quindicina d’anni: accade in Egitto, dove difendere i diritti dei lavoratori può costare davvero caro. Tanto che più di 200 persone sono finite in cella per questo motivo tra giugno 2016 e lo scorso ottobre. A denunciarlo è “Striking Back” (Colpire ancora), l’ultimo report della ong irlandese Frontline Defenders.

Da Regeni a piazza Tahrir. I lavoratori, e in particolare i sindacalisti, si sono mossi spesso da protagonisti sullo scenario politico egiziano. Tanto da aver avuto un ruolo importante nella caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak ed essere trattati dal potere come “sorvegliati speciali”. Lo stesso Giulio Regeni, il ricercatore ucciso a Il Cairo nel gennaio di due anni fa, stava cercando di capire proprio i lavoratori all’interno della società egiziana. Un tema considerato piuttosto delicato nel Paese: per il procuratore Giuseppe Pignatone, l’assassinio di Regeni è "pacificamente da ricondurre alle attività di ricerca effettuate da Giulio nei mesi di permanenza al Cairo". 

Foto: Hossam el-Hamalawy (via Flickr)
Egitto diritti dei lavoratori

La stretta sui sindacati. L’ultima volta che il potere centrale ha ridotto la libertà d’azione dei sindacalisti egiziani è stato nel 2017, quando sono stati dichiarati illegali tutti i sindacati che non raggiungevano i 150 iscritti. Un sistema che mirava al rafforzamento della Federazione sindacale egiziana (Eutf), un movimento vicino al governo. Tre anni prima, invece, la strategia seguita era stata questa: allargare le competenze della corte militare ad altre ipotesi di reato, così da poter celebrare in quell’istanza processi che fino ad allora erano stati giudicati dalla magistratura civile. Un cambiamento delle regole che ha portato davanti a una corte marziale, secondo Frontline Defenders, come minimo 15 mila persone, tra cui molti difensori dei diritti umani. "Certamente per Al Sisi i lavoratori sono il nemico numero uno", dice un attivista che figura tra gli autori del report.

Il ruolo delle donne. Sono tante le donne che si sono spese all’interno dei sindacati indipendenti e che, proprio per questo, hanno dovuto affrontare minacce e limitazioni della propria libertà. Tra loro, il documento cita Fatma Ramadan, tra i simboli della lotta sindacale del Paese. Oppure Fatima, un’altra attivista, infermiera di professione, che da ormai nove anni raccoglie violazioni di diritti tra chi lavora nelle strutture ospedaliere.

La richiesta all’Europa. I ricercatori della ong irlandese chiedono agli Stati europei di riconsiderare le commesse al centro dei loro rapporti commerciali con Il Cairo. In particolare, il report fa riferimento al caso della Naval Group, azienda controllata dallo Stato francese vincitrice di appalti nel Paese per la realizzazione di diverse navi militari, che ha avuto spesso a che fare con proteste sindacali per la costruzione di tre corvette.

L’articolo integrale di Lorenzo Bagnoli, Egitto e diritti umani: lavoratori nel mirino di Al Sisi, può essere letto su Osservatorio Diritti. 

Foto: Hossam el-Hamalawy (via Flickr). 
Foto: Reuters/Goran Tomasevic (via Flickr)


 

Foto: Hossam el-Hamalawy (via Flickr)

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