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"Trattamenti inumani", Sea Watch porta l'Italia davanti alla Corte dei diritti dell’uomo

Il ricorso depositato da comandante della nave, capomissione e persone soccorse. "Abbiamo chiesto di valutare se l’Italia sta violando i diritti fondamentali”. Palazzo Chigi ribatte che la giurisdizione è olandese. Ma il garante nazionale, Palma: “La nave ha fatto ingresso nelle acque territoriali italiane"

29 gennaio 2019

ROMA “Abbiamo chiesto alla Corte Europea dei diritti umani (Cedu) se il governo italiano, impedendo lo sbarco, stia violando i diritti fondamentali delle persone soccorse da Sea-Watch 3. Negli scorsi giorni i cittadini stranieri soccorsi dalla nave Sea-Watch 3, il suo capitano e il capo missione, questi ultimi anche a tutela dei minori non accompagnati -presenti a bordo, hanno inviato una richiesta di “misure urgenti” alla Corte Europea dei Diritti Umani chiedendo di porre fine alla violazione dei diritti fondamentali prefigurata dal fatto di impedire l'ingresso nel porto della SW3 e lo sbarco di tutte le persone a bordo”. Lo sottolinea in una nota l’ong tedesca Sea Watch, ancora davanti al porto di Siracusa, con 47 persone a bordo e senza l’autorizzazione allo sbarco.

La Corte dei diritti umani - spiega l’ong tedesca- ha il compito di valutare i ricorsi individuali di persone soggette alle violazioni dei diritti tutelati dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani. “Com'è noto, un’operazione di soccorso in mare, secondo il diritto internazionale, si dichiara conclusa solo con lo sbarco in un porto sicuro, che deve essere garantito nel più breve tempo possibile - si legge nella nota -. Ciò non può essere subordinato ad alcuna negoziazione tra Stati in merito a una eventuale redistribuzione delle persone soccorse, o per qualunque altro motivo. Un porto si considera sicuro anche in base al reale trattamento che le persone subirebbero una volta sbarcate: per questa ragione la Libia non è riconosciuta dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea come un porto sicuro di sbarco”.

Ad essere valutata dalla Corte è quindi la condotta del Governo italiano e delle amministrazioni coinvolte nella vicenda. Secondo Sea Watch  si prefigura una gravissima violazione dei diritti fondamentali delle persone soccorse, e in particolare del loro diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti ( previsto dall’ articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo). “Impedire alle persone di scendere dalla nave costituisce anche una forma di illegittima e informale detenzione di fatto, in chiara violazione di quanto stabilito dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo sull'inviolabilità della libertà personale (di cui si può essere privati solo sulla base di provvedimenti formali, ben motivati, e per periodi di tempo ben definiti), libertà che appartiene a chiunque, a prescindere dalla cittadinanza o dal tipo di ingresso sul territorio - si legge nella nota -. La Sea-Watch 3, infatti, non è stata autorizzata fin dalla giornata del 25 gennaio a lasciare il “punto di fonda” nel quale è ancorata e tutte le persone a bordo sono di fatto trattenute sulla nave in condizioni igieniche e di salute psico-fisica che si stanno deteriorando velocemente (come dichiarato anche dai medici indipendenti saliti a bordo). A ciò si aggiunge il fatto che nella giornata di ieri è stata pubblicata un'ordinanza della capitaneria di porto di Siracusa che impedisce qualsiasi attività civile nell'arco di 0,5 miglia nautiche di distanza dalla nave che è quindi tenuta in condizioni di isolamento. Riteniamo che l’offerta di generi di prima necessità, sebbene essenziali, non possa essere considerata misura sufficiente a porre termine alla violazione dei diritti delle persone a bordo - conclude Sea Watch -. In questa situazione, il prolungato trattenimento anche dei minori, nonostante la richiesta della Procura di Catania di farli sbarcare immediatamente, prefigura chiaramente una violazione nella violazione”.

Nella serata di ieri palazzo Chigi ha pubblicato una nota spiegando che per l’Italia la giurisdizione appartiene all'Olanda, in quanto paese di bandiera della nave che ha effettuato il salvataggio in acque internazionali. Pertanto oggi l’Italia “depositerà una memoria davanti alla Corte, con la quale farà valere la giurisdizione olandese, contestando la propria legittimazione passiva. In altri termini, affermerà che non è l'Italia a dover rispondere di questo caso, alla luce del diritto nazionale e internazionale". La Presidenza del Consiglio dei ministri aggiunge che "si conferma la temeraria condotta della Sea Watch che, in condizioni di mare mosso, anziché trovare riparo sulla costa tunisina distante circa 40 miglia, universalmente considerata porto sicuro, si è avventurata in una traversata di centinaia di miglia mettendo a rischio l'incolumità dei migranti a bordo".

Ora si dovrà attendere il pronunciamento della Corte. Intanto sul caso si è espresso anche il Garante nazionale delle persone private della libertà. Mauro Palma. “Le persone a bordo di una nave che ha fatto ingresso nelle acque territoriali italiane, per quanto battente bandiera straniera, sono sotto la giurisdizione del nostro Paese - sottolinea il Garante - Ciò implica la responsabilità dello Stato per ogni eventuale violazione dei diritti umani”. Palma fa riferimento direttamente alla  violazione dell’articolo 13 della Costituzione e dell’articolo 5 della Cedu. Inoltre per Plama la situazione di stallo sulla Sea Watch 3, per gli effetti della mancata autorizzazione all’attracco e dell’impossibilità della nave di riprendere la navigazione, determina “la privazione di fatto della libertà dei migranti soccorsi. Ed è stato anche superato il limite massimo di 96 ore che la legge prevede per il fermo di una persona senza convalida giurisdizionale”. (ec)

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