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Dalla Libia all'Europa, "ogni 14 arrivati, 1 ha perso la vita in mare"

Rapporto Viaggi disperati dell'Unhcr. Si stima che 2.275 persone siano morte durante la traversata del Mediterraneo nel 2018. Sempre più pericolosa la rotta libica: i morti sono passati da 1 ogni 38 nel 2017 a 1 ogni 14 nel 2018. La Spagna è diventata il principale punto di accesso

30 gennaio 2019

Unhcr

ROMA - I rifugiati e i migranti che hanno tentato di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo nel 2018 hanno perso la vita a un ritmo allarmante, mentre i tagli alle operazioni di ricerca e soccorso hanno consolidato la posizione di questa rotta marittima come la più letale al mondo. Secondo l’ultimo rapporto "Viaggi Disperati", pubblicato oggi dall’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in media sei persone hanno perso la vita nel Mediterraneo ogni giorno. Si stima che 2.275 persone sarebbero morte o disperse durante la traversata del Mediterraneo nel 2018, nonostante un calo considerevole del numero di quanti hanno raggiunto le coste europee. In totale, sono arrivati 139.300 rifugiati e migranti in Europa, il numero più basso degli ultimi cinque anni. 

Spagna principale punto di accesso in Europa. Il rapporto rivela i cambiamenti significativi nelle rotte seguite dai rifugiati e dai migranti. Per la prima volta in anni recenti, la Spagna è divenuta il principale punto d’ingresso in Europa con circa 8.000 persone arrivate via terra (attraverso le enclavi di Ceuta e Melilla) e altre 54.800 arrivate in seguito alla pericolosa traversata del Mediterraneo occidentale. Se da un lato i marocchini hanno continuato ad essere molto presenti tra questi arrivi, dall’altro c’è stato anche un aumento del numero di persone provenienti dalla Guinea e dal Mali (compresi coloro che sono fuggiti delle violenze nel nord e nel centro del Mali), in particolare rispetto al 2017, nonché dalla Costa d’Avorio e dal Gambia, e dall’Algeria negli ultimi mesi dell’anno. Si ritiene che ci siano svariati motivi alla base della decisione di percorrere questa rotta, alcuni riconducibili a fattori economici, altri al bisogno di chiedere asilo. Tra le persone arrivate in Spagna alla ricerca di protezione internazionale, alcune erano fuggite da persecuzioni legate al genere, come il matrimonio forzato o la mutilazione genitale femminile, all’orientamento sessuale, all’identità di genere o a motivazioni di natura politica. In altri casi, si trattava di vittime di tratta e minori non accompagnati, anch’essi potenzialmente bisognosi di protezione internazionale. Ne è conseguito che il bilancio delle vittime nel Mediterraneo occidentale è quasi quadruplicato, da 202 decessi nel 2017 a 777 lo scorso anno. Circa 23.400 rifugiati e migranti sono arrivati in Italia nel 2018, un numero cinque volte inferiore rispetto all’anno precedente. La Grecia ha, invece, accolto un numero simile di arrivi via mare, circa 32.500 persone rispetto alle 30.000 del 2017, ma ha registrato un numero quasi tre volte superiore di persone giunte attraverso il confine terrestre con la Turchia. Altrove in Europa, si sono registrati circa 24.000 rifugiati e migranti arrivati in Bosnia-Erzegovina, in transito attraverso i Balcani occidentali. A Cipro sono arrivate diverse imbarcazioni di siriani salpate dal Libano, mentre un numero limitato di persone ha tentato di raggiungere il Regno Unito via mare dalla Francia verso la fine dell’anno. 

La politica dei porti chiusi. Il rapporto descrive anche come un cambio delle politiche adottate da alcuni Stati europei abbia portato al verificarsi di numerosi incidenti in cui un numero elevato di persone è rimasto in mare alla deriva per giorni, in attesa dell’autorizzazione a sbarcare. Sebbene gli arrivi via mare in Italia fossero già significativamente diminuiti a partire da luglio 2017, dal mese di giugno 2018 si è registrato un ulteriore calo a seguito della decisione dell’Italia di non consentire più lo sbarco nei porti italiani di rifugiati e migranti soccorsi da Ong e navi mercantili al largo delle coste libiche, in quella che è diventata la Zona di ricerca e soccorso libica (Search and Rescue Region/Srr). Inoltre, la Guardia costiera libica ha incrementato le operazioni col risultato che l’85% delle persone soccorse o intercettate nella zona libica di ricerca e soccorso, di nuova istituzione, sono state fatte sbarcare in Libia, dove sono stati detenute in condizioni tremende. Pertanto, un numero crescente di imbarcazioni di rifugiati e migranti ha tentato di navigare oltre la Srr libica per eludere la Guardia costiera, nella speranza di sbarcare a Malta o in Italia, o, almeno, di raggiungere le Srr di loro competenza. Questo nuovo andamento ha significato che migranti e rifugiati hanno trascorso periodi più lunghi a bordo di imbarcazioni fatiscenti, a volte restando per diversi giorni senza cibo nè acqua prima dello sbarco o dell’arrivo dei soccorsi. In mancanza di un approccio coerente e prevedibile allo sbarco delle persone soccorse in mare, in diverse occasioni si sono verificati notevoli ritardi tra il salvataggio e il successivo sbarco, in attesa del permesso di attraccare in un porto sicuro. In alcuni casi, sono sorte dispute su quale Stato avesse la responsabilità di trarre in salvo una barca e le persone a bordo e di farle sbarcare una volta al di là della zona Srr libica. Oltre a ciò, ci sono anche stati segnali che le navi mercantili stessero diventando più restie a soccorrere le imbarcazioni in difficoltà alla luce dei problemi riscontrati da altri nel ricevere l’autorizzazione ad accedere a un porto sicuro per lo sbarco. Lungo le rotte dalla Libia all’Europa, una persona ogni 14 arrivate in Europa ha perso la vita in mare, un’impennata vertiginosa rispetto ai livelli del 2017 (una ogni 38). 

Le tendenze per il 2019. Per come stanno le cose all’inizio del 2019, la maggior parte di queste tendenze dovrebbero mantenersi invariate nei prossimi mesi. Fino a quando le cause e i fattori scatenanti degli esodi di rifugiati e migranti non saranno affrontati in molti Paesi nelle regioni confinanti, alcuni continueranno a cercare sicurezza e protezione altrove, mentre altri continueranno a fuggire da situazioni di povertà nella speranza di trovare migliori opportunità lavorative o educative. Per esempio, gli esodi dal Mali, dal nord della Nigeria, dal Camerun, dal Burkina Faso e dal Niger occidentale possono contribuire ad ulteriori spostamenti verso l’Europa attraverso le rotte del Mediterraneo centrale o del Mediterraneo occidentale. Considerato l’elevato numero di arrivi via mare nella seconda metà del 2018, appare probabile che la Spagna rimarrà il principale punto di ingresso in Europa. Questa situazione necessiterà di ulteriore solidarietà e maggiori sforzi per migliorare le condizioni di accoglienza, oltre a garantire procedure di asilo eque ed efficienti per le persone che richiedono protezione internazionale. Vista la situazione in Siria e in altre parti della regione, si prevede che i flussi migratori provenienti dalla Turchia verso la Grecia rimarranno invariati, anche alle frontiere terrestri, dove diverse persone perdono la vita ogni anno per via delle gelide temperature invernali e della pericolosa traversata del fiume.

"Porre fine ai respingimenti".  Sono necessarie ulteriori misure per prevenire perdite di vite umane, tra cui porre fine ai respingimenti. Nel Mediterraneo centrale, le tendenze emerse nella seconda metà del 2018 fanno pensare che alcune persone attualmente in Libia, di cui molte probabilmente da un anno o più, oltre ad alcune arrivate più di recente nel Paese, potrebbero continuare a cercare di partire affidandosi a trafficanti che in alcuni casi adatteranno i loro metodi fornendo di volta in volta imbarcazioni più robuste, più carburante e telefoni satellitari, e qualche volta scortando o portando le imbarcazioni più lontano dalla Libia per oltrepassare l’area sorvegliata dalla Guardia costiera libica. Nella continua mancanza di un approccio regionale coerente e coordinato al soccorso in mare e al successivo sbarco, è probabile che i salvataggi da parte di navi di Ong e forse altri, in particolare nella zona Srr libica, continueranno a trovare una risposta caso per caso e ad hoc. Di conseguenza, aumenteranno le situazioni in cui le persone, spesso gravemente traumatizzate, rimangono in mare per diversi giorni mentre i governi discutono su dove possono essere sbarcate. Si prevede inoltre che il tasso di mortalità rimarrà alto, considerata la preoccupante riduzione della capacità di ricerca e soccorso. Gli arrivi diretti a Malta e a Lampedusa potrebbero continuare ad aumentare. Altrove, rifugiati e migranti continueranno probabilmente a provare a transitare irregolarmente attraverso i Balcani, seguendo rotte che potrebbero variare a seconda delle restrizioni imposte dai diversi Stati della regione.

Le raccomandazioni dell'Unhcr. L’Unhcr esorta gli Stati europei a continuare a incrementare i posti disponibili per il reinsediamento e per l’accoglienza umanitaria (anche per le persone evacuate dalla Libia) e ad affrontare gli ostacoli che impediscono ai rifugiati di esercitare il proprio diritto al ricongiungimento familiare. L’Unchr incoraggia inoltre ulteriori misure per garantire l’accesso a percorsi legali, tra cui programmi di sponsorizzazione privata, borse di studio e programmi di inserimento lavorativo, come alternativa ai pericolosi viaggi irregolari descritti in questo rapporto.

Le promesse degli Stati europei. Nuovi semi di speranza sono germogliati in alcuni contesti. Nonostante lo stallo politico rispetto all’avanzamento di un approccio regionale ai soccorsi in mare e alle operazioni di sbarco, come auspicato dall’UNHCR e dall’OIM nel giugno scorso, diversi Stati hanno assunto l’impegno di ricollocare le persone soccorse nel Mediterraneo centrale, una potenziale base per una soluzione prevedibile e duratura. Gli Stati hanno, inoltre, promesso migliaia di posti destinati al reinsediamento per permettere l’evacuazione dei rifugiati dalla Libia.

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