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Libri, una ‘chiave di cioccolata’ per entrare nel mondo del carcere

Sarà presentato giovedì al Pub&Shop “Vale la pena”, romanzo d’esordio di Enrichetta Vilella, dirigente dell’area pedagogica del carcere di Pesaro. L’autrice: “Più che da un’idea, questo libro nasce da un bisogno: il bisogno di un gesto insieme liberatorio e comunicativo, che potesse aiutarmi a capire”

05 febbraio 2019

la chiave di cioccolata libro

ROMA – “Più che da un’idea, questo libro nasce da un bisogno: il bisogno di un gesto insieme liberatorio e comunicativo, che potesse aiutarmi a capire. Prende forma, in un momento in cui sentivo sfuggire il senso del mio lavoro, quando la spinta di cambiamento si è arrestata bruscamente come si fosse trattato di uno scherzo tra amici. L’educatrice allora si chiede cosa fare e scrive un romanzo, perché tra le sue due passioni, scrittura e lavoro, la scrittura potrebbe diventare il veicolo adatto a condividere con gli altri, quanti più possibile, le tante domande che il carcere, vissuto da dentro, pone”.

Lo racconta così, Enrichetta Vilella, il suo romanzo d’esordio, “La chiave di cioccolata”, edizioni Pequod, che sarà presentato giovedì 7 febbraio dalle 17.30 al Pub&Shop ‘Vale la Pena’: 112 pagine con cui l’autrice, dirigente dell’area pedagogica del carcere Villa Fastiggi di Pesaro, entra in punta di penna nella vita delle persone e negli ambienti che frequenta per lavoro ogni giorno. In quelle stanze con le sbarre alle finestre in cui i ruoli a un certo punto si rovesciano e che a distanza di anni saranno guardate dalla pronipote della protagonista come ‘una barbarie’.

La storia. Anna, ormai anziana, seduta comodamente sulla poltrona del salotto di casa sua, legge assorta alcuni diari scritti da donne detenute che risalgono almeno a una trentina di anni prima. In compagnia di nipoti e pronipoti passa in rassegna tutte le testimonianze trasposte in quelle pagine. Legge di Josephine, arrivata da poco, che racconta di come si sta ‘ambientando’, di Raina che piange la lontananza da sua figlia. Di Federica che vive l’esperienza dell’isolamento. Poi ci sono Susi, Antonella, Carla, e infine Monica, che sta per essere rilasciata: in lei c’è una forte agitazione, quasi non si sentisse pronta a quella svolta da tempo attesa. Tante sono le protagoniste e tante sono le voci che, come in un’orchestra, spesso si fondono e si confondono. Diverso è il timbro, diverso il ritmo, diversa è anche l’intensità, ma il tema di fondo li accomuna tutti. La chiave di cioccolata è un romanzo che, con parole di chi ha visto coi suoi occhi le realtà delle carceri, affronta il tema della prigionia e, quindi, inevitabilmente, della libertà.

Come è riuscita a proiettare sulla protagonista la sua esperienza di educatrice?
“Anna, nel romanzo, si chiede come sia possibile portare sulla carta la carne viva - spiega l’autrice -. Quanta distanza ci sia tra un cosiddetto ‘profilo di personalità’ che gli operatori delineano nelle relazioni e la vita delle persone, intendendo con persone il loro essere detenuto-autore di reato e il loro essere tutto il resto che eccede tale binomio. Come declinare detenzione, doveri e diritti? Quale percorso educativo ‘individualizzato’ è possibile attraverso una ‘pena unica’ per tutti? La letteratura è il mezzo che può facilitare l’immedesimazione con i personaggi, il coinvolgimento nelle storie”.

Come si snoda il romanzo?
“Le azioni si svolgono in due momenti precisi, distanti tra loro un quarto di secolo: il 2038, quando Anna, educatrice in pensione, legge i suoi diari e alcuni scritti di detenute sulla libertà. E il 2014, quando Monica, detenuta presso il carcere dove Anna lavora, viene scarcerata. Qualcosa, però, è successo nel frattempo, perché nipoti e pronipoti di Anna, coinvolti nella lettura e nei ricordi, parlano del carcere come di una barbarie antica, di un’altra epoca. E qualcosa è successo in quel 2014, perché nelle lettere alla libertà che le detenute scrivono, dopo la scarcerazione di Monica, così come nei diari di Anna, si legge che in quel giorno fatidico l’educatrice prende il posto di Monica Morrini nella cella 19. In un intreccio di scambi di ruolo che si gioca su linee di confine che lettrici e lettori sono invitati a percorrere e decidere da quale parte valicare. Magari, non una volta per tutte”. (Teresa Valiani)

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