Farmaci e accoglienza: la crisi venezuelana vista dagli immigrati

All'Associazione venezuelani in Lombardia arrivano ogni giorno richieste di medicinali, introvabili nel Paese Latino Americano. Nel giro di un anno inviati 200 chili di farmaci. E accolgono chi scappa dal Venezuela: circa mille le richieste d'asilo nel 2018. Ma ora che non c'è più la protezione umanitaria, rischiano di diventare irregolari.

09 febbraio 2019

MILANO - Le richieste dal Venezuela sono quotidiane, via mail, Facebook, Whatsapp. C'è un drammatico bisogno di medicinali. Introvabili, a Caracas come in ogni altro angolo del paese latino americano. E in poco più di un anno, la piccola comunità venezuelana di Milano ha inviato circa 200 chili di medicinali. "Parenti, amici, persone sconosciute ci mandano le prescrizioni dei loro medici e cerchiamo di procurare i farmaci di cui hanno -bisogno -spiega Lucila Urbina, presidente dell'Associazione venezuelani in Lombardia-. Abbiamo fatto un invio specifico per i bambini con fibrosi cistica. Purtroppo invece non siamo in grado di procurare farmaci antitumorali: in Italia vengono somministrati in ambito ospedaliero e non è possibile mandarli oltre Oceano".

Per marzo l'associazione intende inviare un container di farmaci e per questo a presto inizierà una campagna di raccolta. "In Venezuela la distribuzione l'affidiamo alla Caritas o a persone fidate", precisa Lucila Urbina. Vista da Milano, la crisi politica in Venezuela è scandita dai racconti di sofferenza, a volte di disperazione, di chi non riesce a procurarsi l'insulina per il diabete, oppure un anticoagulante, o le pastiglie per la pressione. "La nostra speranza è che presto le cose cambino, abbiamo una grande fiducia in Guaidò", sottolinea.

La crisi venezuelana vista da Milano ha anche il volto di chi decide di lasciare il paese sud americano e arriva in Italia. Le richieste d'asilo, a livello nazionale, sono più che quintuplicate nel giro di tre anni, secondo i dati del Ministero dell'Interno: dalle 143 del 2016 sono salite a 544 del 2017 e a 998 del 2018. "Come associazione li aiutiamo a sbrigare le pratiche -aggiunge Lucila Urbina-. Spesso li ospitiamo in casa. Facciamo in modo che trovino un lavoro". Ma con il decreto sicurezza del ministro Salvini, la vita in Italia dei venezuelani fuggiti dal loro Paese in crisi è diventata molto più difficile. Finora la maggior parte di loro ha ottenuto infatti un permesso di soggiorno per protezione umanitaria, che con il decreto sicurezza non esiste più. Chi ha un lavoro potrà cercare di convertirlo in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Gli altri rischiano di diventare irregolari, così come quelli che sono arrivati negli ultimi mesi e hanno appena presentato la domanda d'asilo. "Speriamo che le commissioni sappiano valutare per bene la situazione dei nostri connazionali, che fuggono da una situazione di oggettiva difficoltà -conclude Lucila Urbina-. Spesso noi riusciamo a trovare loro un lavoro e mi auguro che questo sia preso in considerazione. Sono giovani che lavorano e che possono dare il loro contributo anche all'Italia". (dp)

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