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Agricoltura sociale: migranti al lavoro, sognando di mettersi in proprio

A Rocca Corneta l'azienda agricola di Francesco Penazzi accoglie come tirocinanti alcuni ospiti di strutture Sprar. “I miei vicini mi hanno aiutato per avviare la mia impresa, io vorrei fare lo stesso con i richiedenti asilo. Ma dopo il decreto Salvini la fiducia verso un futuro possibile è crollata”

23 febbraio 2019

BOLOGNA - I primi tirocinanti sono stati Jean e Insa, due ragazzi africani di 27 e 28 anni che vivevano nella casa Sprar di Lizzano in Belvedere. Nel 2018 hanno iniziato a lavorare nella piccola azienda agricola creata da Francesco Penazzi nella frazione di Rocca Corneta, seguendo la produzione biologica di piante officinali e un orto, dal campo alla vendita. “Purtroppo la riduzione della protezione umanitaria [per effetto della conversione in legge del decreto Salvini, ndr] è stata un colpo basso, ha fatto crollare la fiducia verso un futuro possibile, verso la possibilità di sviluppare un progetto d'impresa autonomo qui o in collaborazione con le famiglie di origine, che era il valore aggiunto di questi tirocini”, sottolinea Penazzi raccontando la fatica di sostenere moralmente i ragazzi coinvolti nel progetto di agricoltura sociale nato intorno alla sua attività, anche con l'obiettivo di far crescere la piccola comunità rurale locale.

“Quando sono arrivato, 7 anni fa, dopo la laurea in Agraria all'Università di Bologna, le altre persone che erano qui prima di me mi hanno prestato di tutto per permettermi di lavorare, macchine, strutture, laboratori, hanno fatto sì che potessi esistere e creare la mia attività. Siamo qui grazie al fatto di avere buoni vicini di casa”, racconta il giovane imprenditore agricolo, che, originario di Lugo, in provincia di Ravenna, si è trasferito nel piccolo centro dell'Appennino bolognese in una zona in cui altri come lui avevano acquistato le terre che i proprietari non coltivavano più. In questi campi sono arrivati a lavorare come stagionali alcuni ospiti della struttura Sprar gestita dalla cooperativa Lai-Momo a Lizzano. Nel frattempo Francesco è entrato in contatto con la Fondazione Grameen Italia, che finanzia il microcredito per sostenere l'autoimprenditorialità, e in quel momento stava promuovendo un progetto europeo di social farming. Grazie a un bando, Francesco ha avuto un contributo per rimborsare i primi tirocinanti e vorrebbe continuare su questa strada.

Con Grameen e Lai-Momo abbiamo provato a capire se nelle strutture di prima e seconda accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati ci fosse qualcuno che avesse voglia di stare con noi una stagione, per provare a inserirsi in un gruppo di lavoro e allo stesso tempo di vicini di casa. Siamo in 20 a coltivare la terra in un centro molto piccolo, facciamo le stesse produzioni, lavoriamo in maniera sinergica. Io avevo già portato qui due amici a lavorare con me, uno ora si sta mettendo in proprio. Con il progetto di social farming abbiamo voluto provare ad ampliare il modello. Il tirocinio è nato così”. In 6 mesi i tirocinanti hanno la possibilità di seguire tutto il ciclo produttivo, dai trapianti in aprile fino alla chiusura dell'annata a novembre, per San Martino. “In questo periodo acquisiscono competenze agronomiche e di gestione, vedono come è strutturata un'azienda agricola, per quanto piccolissima come la mia e a basso investimento iniziale, ma pur sempre abbastanza complessa e ad alta intensità di meccanizzazione rispetto a quelle a gestione familiare che possono avere incontrato nel loro background. Hanno potuto vedere anche come lavorano le aziende dei miei vicini, che fanno parte dell'associazione CampiAperti, hanno potuto rendersi conto di similitudini e differenze”. Mentre svolgevano il tirocinio a Rocca Corneta i tirocinanti abitavano sul posto in una casa in affitto, ma a giorni alterni dovevano tornare a Lizzano, nella struttura di residenza, secondo quanto previsto dal sistema di controllo delle presenze.

Per Jean Zogbelemou dopo l'esperienza a Rocca Corneta è arrivato un periodo di formazione a Bologna, con la speranza di accedere al microcredito per poter iniziare un'attività autonoma. Sta partecipando al progetto Crib, realizzato dall'incubatore d'impresa Kilowatt, vincitore della Social Challenge From Job Seekers to Job Creators lanciata da Fondazione Grameen Italia e supportato dal Programma Europe 2020 per la Ricerca e l'Innovazione. “Mi hanno chiesto di capire che materiali mi serviranno, perché devo fare un business plan”, racconta Zogbelemou. All'inizio aveva l'idea di creare un'attività di import-export di caffè. “Mi è venuta perché mio padre, che ora è morto, aveva una piantagione di caffè in Guinea, ma in tanti mi hanno detto che per un migrante sarebbe molto difficoltoso. Allora, visto che avevo già esperienza in agricoltura ho pensato a un altro progetto, coltivare le piante africane che qui non si trovano, per esempio l'ocra, che si possono mangiare e usare anche come medicine”. Sta cercando un terreno non lontano dalla città, dove abitano molte persone di origine africana che pensa potranno essere i suoi primi clienti. Alcuni ragazzi, africani e italiani, gli hanno detto che vorrebbero collaborare con lui. Dopo aver abitato nella casa di Lai-Momo, ora vive in un'altra struttura, sempre all'interno del progetto Sprar. Sta aspettando una risposta alla sua richiesta di asilo per protezione umanitaria.

Era stata la cooperativa Abantu a indicare Jean e Insa, un ragazzo senegalese, come possibili persone interessate al progetto di agricoltura sociale. “Francesco Penazzi ci ha contattato, la sua idea di coinvolgere i richiedenti asilo in un piccolo centro di montagna ci è piaciuta molto”, racconta Sara Bruni di Abantu, che a Bologna si occupa di progetti di inserimento e orientamento al lavoro per persone vulnerabili, compresi i richiedenti asilo e rifugiati del sistema di accoglienza diffusa e dello Sprar. “Abbiamo incontrato anche la Fondazione Grameen – prosegue la cooperatrice - e siamo riusciti a inserire due ragazzi che avevano avuto un'esperienza agricola in un contesto completamente diverso. L'obiettivo era che potessero rivalutare le loro competenze pregresse. Per loro era un'opportunità importante, perché per i richiedenti asilo è difficile trovare lavoro, in particolare in territorio montano”.

La nuova legge cambia tutto. “L'inserimento in questo tipo di progetti non avverrà più – spiega Bruni - Salvini ha escluso dall'accoglienza Sprar tutte le persone che hanno un permesso di soggiorno umanitario e i richiedenti asilo e ha diminuito la quota parte giornaliera per l'appalto dei centri di accoglienza straordinaria. Se prima coi 35 euro si riuscivano a fare dei progetti, finanziati con i fondi dell'accoglienza, questa cosa non si potrà più fare, e con 18 euro al giorno sarà difficile fare fronte anche alle spese minime. La piccola accoglienza diffusa sta per scomparire, sostituita dai grandi centri. Per ora lavoriamo con lo Sprar di Bologna, che durerà fino al 2020, ma sicuramente ci sarà una drastica riduzione del lavoro e del personale”. (Benedetta Aledda)

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