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Sudan: Omar al-Bashir ordina la repressione delle proteste

In Sudan è in corso una cruenta guerra per il potere. Omar al-Bashir risponde con violenza all'ondata di proteste in corso da dicembre. Il dittatore di Khartoum ha incarcerato oltre 2.400 persone. Morti almeno 51 manifestanti. Ma Italia e Ue continuano a collaborarci. E Qatar, Egitto e Arabia Saudita si stringono nell'alleanza

28 febbraio 2019

In Sudan è in corso una cruenta guerra per il potere. L’ultimo episodio è stata la dichiarazione dello stato di emergenza, lo scorso 23 febbraio, da parte di Omar al-Bashir, al potere da esattamente 30 anni senza soluzione di continuità. Una mossa che gli permetterà di avere maggiore libertà contro il dissenso e che arriva dopo le proteste contro di lui cominciate a dicembre. Il dittatore, che ha risposto a questa ondata di contestazioni con una violenta repressione, deve affrontare due pesanti ordini d’arresto internazionale emessi negli anni scorsi dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Foto: Al Jazeera English (via Flickr)
Omar al-Bashir, Sudan - Osservatorio diritti

Le vittime. A seconda della fonte considerata, cambia il numero di persone che hanno perso la vita durante gli scontri: secondo l’ong Human Rights Watch sono almeno 51, per il New York Times sono 57, mentre le autorità parlano di 30 morti. Oltre alle vittime, ci sono migliaia di persone scomparse, attivisti portati in prigione dalla polizia e tenuti in cella per un tempo e con un’accusa non precisati. Il 20 febbraio l’esecutivo ha annunciato la liberazione di 2.430 persone.

Violazioni dei diritti. La Bbc, nel programma Africa Eye, ha svelato l’esistenza di due centri di tortura a Khartoum, uno nei pressi dell’Asia Hospital e l’altro appena fuori dalla capitale. Si tratta di locali tenuti a temperature bassissime, tanto che "dopo 15 minuti è insopportabile", ha detto un sopravvissuto. Nell’inchiesta, inoltre, la Bbc ha rivelato l’esistenza di commando di agenti in borghese che partecipano alle azioni per portare via chi protesta. 

Foto: Albert Gonzalez Farran - UNAMID (via Flickr)
Proteste in Sudan, Osservatorio diritti

Il motivo delle manifestazioni. L’economia del paese è al collasso. Un tracollo accentuato a partire almeno dal 2011, quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza portandosi con sé i pozzi di petrolio. Il 2018 poi è stato l’anno dell’iper-inflazione, della mancanza di cibo, dei costi energetici in costante crescita. E sullo sfondo c’è un debito estero di più di 50 miliardi di dollari. Le ultime mosse delle autorità, inoltre, hanno peggiorato la situazione: tolti gli incentivi alle aziende per il carburante, molti investitori stranieri se ne sono andati. Ed è scattato anche lo sciopero dei marittimi di Port Sudan, che dal 18 febbraio scorso hanno sostanzialmente decretato lo stallo del paese: con lo scalo chiuso, i beni non entrano.

Il Sudan nel mondo. Le relazioni con gli Stati Uniti sono sempre state tese e con l’amministrazione Trump le cose sono peggiorate: l’assistente speciale Cyril Sartor ha fatto sapere che se le repressioni non saranno interrotte Karthoum resterà nella blacklist degli sponsor del terrorismo. Dall’altro lato, al-Bashir è sostenuto da Qatar, Egitto e Arabia Saudita. Da parte sua, infine, l’Ue ha attivato sul posto progetti di contrasto all’immigrazione “illegale” e alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno stipulato patti informali di collaborazione con la polizia.

L’articolo integrale di Lorenzo Bagnoli, "Sudan: Omar al-Bashir ordina la repressione delle proteste", può essere letto su Osservatorio Diritti.

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