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Reddito di cittadinanza e disabilità: "Noi caregiver, elefanti ammaestrati”

Secondo Sara Bonanno, caregiver e autrice del blog “La cura invisibile”, il ddl discrimina i nuclei con disabilità: computati nel reddito i trattamenti assistenziali, mentre manca una scala di equivalenza dedicata. Sopratutto, “i nostri nuclei famigliari sono considerati nel loro prioritario ruolo assistenziale, in sostituzione dello Stato”

28 febbraio 2019

ROMA – Il reddito di cittadinanza “discrimina i nuclei famigliari delle persone con disabilità”: è un giudizio molto critico quello che Chiara Bonanno, caregiver a tempo pieno (mamma di un ragazzo con grave disabilità) esprime nei confronti del Ddl 1018, approvato ieri al Senato. In un commento pubblicato sul suo blog “La cura invisibile”; Bonanno mette a fuoco gli aspetti più critici di questa nuova misura, che avrebbe il compito di contrastare povertà e impoverimento. 

Reddito e scala di equivalenza. “Saranno valutati come reddito i supporti erogati per la disabilità e non esiste una scala di equivalenza che segnala una maggiore fragilità economica di questi nuclei familiari”: sono questi i due principali nodi critici evidenziati da Bonanno e già duramente criticati dalle associazioni. “I pochi nuclei che riusciranno ad ottenere un sostegno al reddito – osserva Bonanno - riceveranno un supporto inferiore ai nuclei che, a pari condizioni, non saranno composti anche da Persone con disabilità”. 

Famiglie assistenti. Ciò che più preoccupa Bonanno è però lo “status” che viene riconosciuto dalla normativa a questi nuclei familiari, di fatto condannati a una funzione assistenziale e per questo esclusi dalla possibilità di “autodeterminarsi” e svolgere altri compiti e attività, oltre a quella della cura. “Nel Reddito di cittadinanza – spiega Bonanno - il nucleo formato che comprende una persona non autosufficiente viene agevolato esclusivamente nel suo compito assistenziale: i familiari saranno quindi esonerati da quegli impegni di attivazione sociale che sono richiesti ad altri nuclei. Impegni che invece rappresentano spinte inclusive, contrarie alla relegazione assistenziale ed emarginalizzante di queste famiglie, ancora una volta rese dipendenti da una misura economica totalmente legata alla disponibilità di bilancio”. 

Preoccupante è dunque “la direzione che intende prendere il governo verso le persone con disabilità ed i loro nuclei familiari”, emersa “chiara ed esplicitata nei numerosi interventi ascoltati nella discussione in Senato. La tappa conclusiva, che chiuderà il cerchio – prevede a questo punto Bonanno - riguarderà proprio la legge sui caregiver familiari: già, proprio quella legge che rappresenta la prioritaria battaglia di questo blog”. In questa legge può nascondersi di fatto una sorta di “trappola”, visto che “alcune parole utilizzate per porre l'accento sulla condizione di grave disagio vissuta dai caregiver hanno assunto un significato opposto nelle mani della politica, rischiando di sancire una definitiva esclusione dell'intero nucleo familiare e del suo componente con disabilità”. Di fatto, “l'indirizzo intrapreso è quello di considerare e 'agevolare' questi nuclei famigliari nel loro prioritario ruolo assistenziale in sostituzione dello Stato che, in cambio di oboli economici più o meno adeguati alle necessità: oboli che minano alla radice ogni possibile spinta verso l'autodeterminazione e l'indipendenza dell'intero nucleo famigliare”. 

 

Volontari? No, costretti. C'è un termine, in particolare, che rischia di condannare all'invisibilità il caregiver: “è la parola 'volontario', utilizzata per descrivere la nostra condizione di familiari che si curano della qualità di vita del proprio famigliare 'volontariamente' appunto, ovvero per una spinta emotiva di amore e dedizione”. Chiarisce però Bonanno: “La parola 'volontario' non c'entra nulla con la nostra condizione! Volontario presuppone una scelta che nel nostro caso non esiste, perché l'unica opzione che abbiamo è quella di abbandonare ad un destino tragico, fatto di segregazione ed abdicazione istituzionale, il nostro familiare a cui vogliamo bene! Noi familiari siamo costretti ad assumere un ruolo di infermieri, medici, oss, terapisti, assistenti sociali, burocrati, ecc. a fronte di un'assistenza totalmente insufficiente, residuale e troppo spesso incompetente rinunciando ad una realizzazione personale e lavorativa. Siamo costretti a ridurre il nostro ruolo lavorativo in orario, distanza e competenza fino al punto di rinunciarci, per far fronte alle necessità di sopravvivenza dei nostri cari che non esistono per le istituzioni, non vengono presi in considerazione spesso nemmeno nel loro diritto alla sopravvivenza. Siamo costretti a tutto questo per garantir loro la vita, che le istituzioni considerano un 'affare di famiglia'. E questo vale anche per le tante donne che avrebbero comunque scelto di fare le casalinghe – precisa Bonanno - e quindi di lavorare in famiglia: nessuna di loro avrebbe scelto volontariamente di trasformarsi, per 24 ore su 24, nel sostituto di uno Stato negligente verso le persone con disabilità, rinunciando ai propri diritti umani più elementari, come quello del dormire o di ammalarsi”. 

elefante incatenato

Elefanti ammaestrati. Il commento di Bonanno termina con una similitudine: “Jorge Bucay racconta in un suo libro come vengono ammaestrati gli elefanti: crescono perennemente legati ad un paletto, che ne impedisce ogni movimento. Il loro mondo inizia e finisce intorno a quel palo, anche quando sono diventati talmente grandi da potersene liberare con un semplice strattone. Ecco, noi famiglie di persone con disabilità siamo stati ammaestrati a sentirci cittadini di serie B, convinti che non sia possibile liberarsi dal palo di uno Stato negligente che, in cambio di cibo ed acqua, ci tiene legati ad una condizione di inferiorità emarginante. E' arrivato il momento di accorgerci delle nostre gigantesche dimensioni – è l'appello finale di Bonanno - e ribellarci verso chi ci vuole escludere dal mondo”.

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