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Ius soli, la "mamma" della riforma: "E' mancato il coraggio, oggi la cambierei"

Parla Marilena Fabbri, relatrice delle legge di riforma sulla cittadinanza passata alla Camera nel 2015 e poi mai approvata in via definitiva in Senato. “L’amarezza resta, ed è tanta. La legge è stata frenata da valutazioni politiche sbagliate. Forse avremmo dovuto spingere solo sullo ius culturae"

25 marzo 2019

ROMA - Nel luglio del 2015 Marilena Fabbri, allora deputata del Pd, depositava il testo della riforma della cittadinanza, poi approvato dalla Camera nell’ottobre dello stesso anno. Per la prima volta, dal 1991, si metteva mano in maniera organica alle norme che permettono di diventare cittadini italiani. E si introducevano due percorsi: uno ius soli, cosiddetto temperato, per i bambini nati in Italia da genitori in possesso di un permesso di soggiorno Ce di lungo periodo (ex Carta di soggiorno) e uno ius culturae, per i bambini nati in Italia da genitori senza il permesso di lungo periodo e per quelli arrivati in Italia entro i 12 anni. La legge una volta arrivata in Senato però si è arenata, rinvio dopo rinvio, per due anni non è stata calendarizzata. Fino all’ultimo tentativo in extremis a fine legislatura, in cui a mancare fu il numero legale. Le polemiche sulla riforma mancata si riaccendono oggi dopo i fatti di San Donato milanese. A Ramy il bambino che ha chiamato i soccorsi ed evitato la strage sullo scuolabus, sarà concessa probabilmente la cittadinanza per meriti civili. Ma i due vice premier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sono stati chiari: non ci sono margini per ridiscutere la riforma. Per Fabbri che di quel progetto di legge è stata la prima firmataria resta l’ “amarezza per essere arrivati a un passo dall’approvare una legge giusta”.

Onorevole Fabbri, lei è stata la prima firmataria della legge di riforma sulla cittadinanza. Ma dopo l’approvazione alla Camera, in tempi relativamente brevi, il ddl è rimasto due anni al Senato e poi non è stato mai definitivamente approvato. Perché, secondo lei, si è fatto cadere il progetto di riforma?
In questi giorni c’è una polemica inverosimile, Renzi accusa Gentiloni di non essere andato fino in fondo. Ma sappiamo bene che a dicembre 2017, a fine legislatura, calendarizzarla voleva dire farla bocciare: non c’era più la possibilità di tenere il Senato. Bisognava portarla in Senato nella primavera 2016, come era stato concordato, subito dopo le unioni civili. Ma è mancato il coraggio, anche perché c’era l’opposizione forte di Alfano e Lupi in quel momento.

La stagione dei diritti, era stata chiamata. Prima le unioni civili, poi la cittadinanza, ma poi cosa è successo?
La legge è stata approvata alla Camera nell’ottobre 2015. Al Senato non è stata calendarizzata subito perché c’erano in discussione sia la legge di bilancio che le unioni civili. L’impegno, dunque, era di farlo in primavera. Io credo che ci siano state valutazioni politiche sbagliate. Alcune forze politiche hanno richiesto di posticiparla per questioni di consenso legate alle tornate elettorali. Ma l’obiettivo era di farla morire, rinvio dopo rinvio. Andava invece forzata la mano in quel momento, a metà della legislatura, perché gli alleati non avrebbero mai fatto cadere il governo. Dopo, man mano che ci si avvicinava alle elezioni politiche, era chiaro che sarebbe stato più difficile andare fino in fondo.

Lei pensa che siano stati traditi quei ragazzi, circa un milione, a cui la legge era indirizzata?
Io penso che bisogna guardare anche in positivo, penso davvero che fosse una legge moderata e giusta. Ma quello che è stato lasciato intendere è che la riforma potesse togliere diritti agli italiani, legandola a problemi di sicurezza o alla competizione nell’accesso alle misure economiche. E’ stato da incoscienti e da irresponsabili. Io penso che sia stata comunque una grande battaglia, la breccia si è aperta dopo le unioni civili. E’ stata la prima volta che abbiamo assistito a un movimento grande, che si è mosso intorno ai diritti.

Si è parlato di cittadinanza facile, di ius soli per tutti. Quanto ha inciso anche la comunicazione e il fatto di non essere riusciti a spiegare bene i punti della riforma? 
Lo ius soli temperato non si rivolgeva a tutti ma solo ai figli di lungossogiornanti, c’era una valutazione sulla famiglia, sulla sua  capacità economica, di sostenibilità e integrazione. La comunicazione, però, ha giocato malissimo, anche perché negli ultimi anni abbiamo un’informazione molto superficiale, che non entra nel merito, e  che non riconosce neanche il ruolo educativo che ha, cioè di aiutare a comprendere i fenomeni complessi. Col senno di poi forse ci saremmo dovuti concentrare solo sullo ius culturae, che sarebbe stato letto in maniera meno negativa.

Se dovesse riscriverla oggi, toglierebbe la parte dello ius soli temperato?
Sì, non si è capito che per lo ius soli temperato la cittadinanza veniva concessa ai figli perché c’era una valutazione sul percorso fatto dai genitori. Entrambi i riconoscimenti, ius soli temperato e ius culturae, si basano su processi di integrazione culturale, ma nel primo caso si è speculato molto. E’ anche vero che allora parlare solo di ius culturae sarebbe stato assolutamente impossibile. Da parte mia, ai colleghi del Senato dissi che  se l’elemento di mediazione era di rinunciare allo ius soli temperato, lo si poteva tranquillamente fare, perché lo ius culturae comprendeva tutti. Lo ius soli temperato anticipava la cittadinanza per alcuni bambini solo di qualche anno. Il principio legato al percorso scolastico era molto più ampio, non lasciava indietro nessuno. A 11 anni anche i bambini nati in Italia da lungosoggiornanti potevano essere riconosciuti cittadini. Ma, ripeto, è mancato il coraggio. Oggi l’amarezza c’è e rimane, anche perché siamo arrivati a un passo per approvare una legge giusta, nel periodo in cui era possibile approvarla. Oggi vedo difficile far ripartire la discussione. Il decreto Salvini ha addirittura allungato da 2 a 4 i tempi per rispondere alle domande di cittadinanza. E’ una cosa vergognosa. (Eleonora Camilli)

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