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Tutti in campo: viaggio nei luoghi dove il rugby è più che uno sport

Dal novembre del 2016 uno scrittore e una fotografa hanno percorso tutto lo stivale alla ricerca delle storie più belle sulle potenzialità riabilitative della palla ovale. Da Treviso a Bari, passando per Roma: ecco il loro diario di viaggio

26 aprile 2019

ROMA - Nella luce opaca del mattino, ai lati del tram diretto a piazza Mancini, un pugno di netturbini con la sigaretta a penzoloni sulle labbra spazza le aiuole di un parco pubblico, nel quale passeggiano oziosi tre locali col proprio cane. A 50 metri dalle rive cementificate del Tevere svetta tondeggiante il PalaLuiss, (impianto sportivo universitario) luogo di ritrovo per il consueto allenamento settimanale dei Romanes Wheelchair Rugby, che dal 2011 è il primo club di Roma nato per promuovere il rugby in carrozzina.

i Romanes (foto di Chiara Asoli)
Rubgy in carrozzina_Romanes

Inizia così il viaggio di Matthias Canapini e Chiara Asoli attraverso i luoghi del rugby per tutti: un viaggio e una scoperta che raccontano sulle pagine di SuperAbile Inail, la rivista dell'istituto dedicata alle disabilità. Se è vero che nel rugby c’è posto per tutti, i Romanes, affiliati alla Fispes (Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali), sono l’esempio più lampante di questa filosofia, Rufo Iannelli e Marco Convito i precursori per antonomasia.

Li incontriamo all’interno della tensostruttura riscaldata, alle prese con birilli e guanti ruvidi, pantaloni da battaglia e gocce di sudore. Entrambi tetraplegici con uso limitato di braccia e mani per via di un incidente, raccontano la loro missione dispensando larghi sorrisi e gentilezza, prendendo fiato dopo il riscaldamento incalzante di Miriam Carpentieri, amica e preparatrice atletica del duo.“Siamo ancora agli esordi, ma il nostro progetto vuole diventare gradualmente un centro di professionalità del rugby in carrozzina – dicono - per dare una nuova opportunità alle persone con disabilità di Roma e provincia, promuovendo anche un contesto fortemente inclusivo e partecipativo, capace di autofinanziarsi e di ispirare nuove realtà simili nel panorama paralimpico italiano. Il traguardo è quello di allenare almeno 20 nuovi atleti, sia a livello agonistico che amatoriale, formare fisioterapisti, arbitri, allenatori e organizzare un evento internazionale di rugby in carrozzina qui nella Capitale, contribuendo così anche alla creazione di un campionato professionale italiano, a oggi mancante”.

Le carrozzine da gioco, più incavate e con le ruote coperte di placche metalliche e speroni per fermare o attutire lo scontro con l’avversario, giacciono vuote sotto il canestro, parcheggiate tra due cilindri di plastica verde che segnano l’area di meta. Seppur le regole siano state riadattate la disciplina mantiene i tratti “fisici” del rugby, dove ruzzoloni, botte, rincorse e cadute sono il pane quotidiano e l’ironia è a dir poco disarmante, come dimostrano le frasi stampate nei sottobicchieri marchiati Romanes: "Terzo tempo? Siamo già seduti" o la più utilizzata “Gli scarpini ci durano vent’anni”. 

Il ronzio dei riscaldamenti accesi e gli schiamazzi del piazzale Flaminio intasato da bancarelle, panini alla porchetta e sciarpe tricolori fungono da sottofondo per la seconda parte dell’allentamento mattutino. “Nel rugby c’è un ruolo per ciascuno, non importa quanto sia grave la disabilità che ti porti addosso, perché l’ovale è una grande famiglia dove non esiste individualità ma solo collettivo”, racconta Marco, sostenuto sottobraccio dal fratello Roberto, barba ben curata e spalle massicce. 

Tempo di una doccia e tre sigarette artigianali e ci tuffiamo nella moltitudine di tifosi colorati diretti allo stadio Flaminio per il secondo appuntamento del Sei Nazioni, schivando facce dipinte, dossi e scalini. “Pensavo che per un tetraplegico fare sport fosse praticamente impossibile”, sentenzia Rufo, scostando un folto ciuffo di capelli e spingendo con foga la carrozzina nel marasma di corpi oblunghi. “Fatico ancora adesso a guadagnarmi pezzi di autonomia nella vita quotidiana, ma da quando gioco a rugby ho acquisito molta più forza e resistenza. Ho la mente sempre lì: gli allenamenti, la pagina Facebook, la ricerca di altre persone con disabilità da liberare dalla reclusione delle mura domestiche. Credo che si debba trovare sempre un motivo per andare avanti, e io l’ho trovato nei miei figli, Micol, Isabel e Isac, rispettivamente di nove, sette e cinque anni. Nella vita occorre dare, ancora prima di prendere, è questo il segreto. Perché in fondo il rugby in carrozzina è come il rugby normale, in base alle tue capacità ti metti a servizio della squadra. Io, con la lesione che ho sono adatto a difendere e quindi farò in modo di mandare in meta un compagno di squadra, anziché me stesso”, conclude Rufo pacatamente, continuando a sorridere e a guardare di fronte a sé, come se gli spalti, i fischi, le ole dei tifosi e il rimbombo dei placcaggi fossero solo un abbaglio. (Matthias Canapini /foto Chiara Asoli)

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