:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Zebre Gialle, a Treviso la palla ovale è contro lo stigma

REPORTAGE dello scrittore Matthias Canapini e dalla fotografa Chiara Asoli. Il rugby è molto più di uno sport, sopratutto quando è paralimpico. L'esperienza della "Zebre Gialle"

26 aprile 2019

ROMA - L’utilitaria di Massimo “Max” Cavallin, 40 anni, ex pilone dal collo taurino, straborda di materiale sportivo da cui emergono rocambolescamente palloni ovali, calzettoni, due paia di scarpe e nugoli di fasciature. Le ruote stridono sull’asfalto, in un baleno ci lasciamo alle spalle la stazione ferroviaria di Treviso, mentre in cielo decine di passerotti scuri creano coreografie armoniose nella luce bianca di mezzogiorno. Chiedo a Max, che, oltre a essere un educatore presso la cooperativa sociale Il Girasole, è pure referente del progetto di rugby integrato, come è nata l’avventura delle famigerate Zebre Gialle. “La squadra, composta da dieci giocatori che si allenano ogni settimana a Monigo, nasce nel 2016 nell’ambito delle attività promosse dalla comunità terapeutico-riabilitativa protetta di Monigo, dalla comunità alloggio base 'Paese' e dalla comunità alloggio di Olmi proposte ai pazienti accolti in tali strutture. Le Zebre Gialle sbocciano con l’obiettivo di promuovere l’inclusione sociale e le pari opportunità in ambito sportivo, e insieme favorire il benessere delle persone con disagio psichico attraverso lo sport, facilitando l’inclusione, le relazioni, l’autonomia e l’autostima. Ma è anche un’iniziativa che vuole creare nuova cultura in tema di salute mentale e combattere lo stigma che affligge le persone che soffrono dei cosiddetti problemi mentali, come schizofrenia, depressione, psicosi disorganizzata”. 

La vettura si insinua in una viuzza secondaria di Silea, supera lo stadio del Benetton Treviso visibile quasi all’orizzonte, arenandosi a pochi passi dalla parrocchia di Monigo. “Attualmente il nostro progetto è una realtà corale, in cui ognuno alimenta una rete dal basso. Nei weekend sono frequenti le uscite dei ragazzi per la partecipazione a tornei e partite di rugby al tocco a Treviso e in altre province limitrofe. In più, a breve sarà attiva anche una sezione a Oderzo, in collaborazione con la società I Grifoni Rugby”, prosegue Max con dolcezza, parlando degli atleti non come utenti psichiatrici ma come soggetti. 

In un’ora circa, alternando esercizi motori e battaglie a colpi di cuscini per ridurre la fobia dell’impatto, l’allenamento pomeridiano comincia e finisce, lasciando frettolosamente spazio a una coppa di gelato alla crema e a una visita alla comunità alloggio “Casa Sentieri”, struttura domiciliare situata a San Biagio di Callalta, frazione di Olmi. Un luogo, nonostante le difficoltà, lontano dalla logica di esclusione e ghettizzazione, ma aperto al vicinato, con l’obiettivo di esserne, con i suoi utenti, parte integrante. I pomodori ammucchiati sopra un piattino concavo sono stati tagliati a quadratini da Tiziano, i piatti lavati e asciugati da Davide. Una mosca pelosa e corpulenta perfora la stanza, emettendo un rumore simile a uno schiocco di dita. Daniele, detto Tentacoli per via dei frequenti intercetti in campo, scompare in camera da letto. 

Come il rugby ha migliorato la vita dei tuoi ragazzi?”, domando nuovamente a Max, seduti nell’ufficio soleggiato cosparso di scartoffie, ripiani e un pc mezzo rotto. “Ho visto persone iniziare un’attività e poi abbandonarla dopo neanche un mese. Con il rugby no, non si staccano più, ritornano volentieri. È difficile spiegarlo, sarà la terra, sarà il sentirsi parte di un gruppo, ma quando scendono in campo lo fanno con piacere, genuinamente, al di là del disagio psichico, che non li abbandona. Il rugby è una sfida anche contro sé stessi e spesso rende autonomi, accrescendo l’autostima del paziente. Alcuni di loro per esempio si somministrano i farmaci da soli, leggendo l’etichetta dalla boccettina in vetro. Uno dei tanti sogni che abbiamo è munire le Zebre Gialle di una tuta per dargli finalmente un’identità sportiva, una certa professionalità che fa vedere tutto quanto in un’ottica diversa. L’utopia è arrivare al punto di giocare a rugby normalmente, senza filtri o etichetta alcuna, semplicemente come e tra persone”. 

Una struttura psichiatrica con le fattezze di una casa, dispersa in una via qualunque di un paesino di 3.680 abitanti: una palestra, un laboratorio sociale, un ovale che buca l’indifferenza, «una modifica, il rugby è una modifica», come direbbe Alessandro, 34 anni, capelli corvini e occhi luminosi, in procinto di incontrare la mamma per la visita giornaliera. Il racconto di Matthias Canapini è stato pubblicato su SuperAbile Inail, la rivista dell'Istituto dedicata alle disabilità. (Matthias Canapini/foto di Chiara Asoli)

 

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa