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Scuola. Sanzioni disciplinari, maestri di strada: "Da punizione a riparazione"

Restano le sanzioni anche alla scuola primaria: lo ha chiarito il Miur, smentendo la notizia dell'abolizione. Cesare Moreno (Maestri di strada onlus): “Punire non serve a niente, educare non è domare”. Le proposte: “Raffreddamento del conflitto, educatori in corridoio e portavoce degli studenti”

03 maggio 2019

ROMA - E' di ieri pomeriggio la notizia dell'approvazione alla Camera della legge che reintroduce l'insegnamento “trasversale” dell'Educazione civica a scuola, con tanto di voto: 33 ore l'anno, da affidare a docente già in organico, nelle scuole di ogni ordine e grado. E' prevista anche l'emanazione, da parte del Miur, di apposite Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica. Accanto a questa novità, ce n'è un'altra, che ha suscitato maggiore dibattito e qualche malinteso: la “revisione“ delle sanzioni disciplinari nella scuola primaria. Non l'abolizione, come ha voluto precisare il ministro Bussetti: ciò che viene abolito è il “regio decreto”, del 1928, che pure prevedeva una serie di sanzioni e che tuttora è in vigore nella scuola primaria. Ora, il testo approvato alla Camera, vuole invece estendere alla primaria, adattandolo e integrandolo, quel “Patto Educativo di Corresponsabilità” che già disciplina le sanzioni nella scuola secondaria di primo e secondo grado: in base a questo, “i regolamenti delle singole istituzioni scolastiche individuano i comportamenti che configurano mancanze disciplinari, le relative sanzioni, gli organi competenti ad irrogarle e il relativo procedimento”, secondo i criteri indicati nel documento stesso. 

Ma che funzione ha – o dovrebbe avere – la sanzione disciplinare all'interno della scuola primaria? Ha senso (ed eventuale quale) punire i comportamenti (ed eventualmente quali) messi in atto da bambini di 6, 8, al massimo 11 anni? Lo abbiamo chiesto a Cesare Moreno, presidente dell'associazione Maestri di strada, con una lunga esperienza d'insegnamento alle spalle: dentro la scuola e soprattutto fuori. 

“Potrei facilmente dire che le punizioni non servono, ma il problema è a monte: sta nell'idea che il bambino e la giovane persona debbano per sottrazione: dobbiamo impedirgli di essere avventato, emozionale, impulsivo. Un'idea “equina”: abbiamo un puledro indisciplinato e dobbiamo fargli capire chi comanda, per poterlo cavalcare. Questa concezione che la giovane persona si educhi domandola accomuna, credo, il 98% della popolazione e degli insegnanti ed è difficile da smentire”. Non bisogna quindi discutere tanto di strumenti – quali sono appunto le punizioni – quando di obiettivi e finalità. “Cosa vogliamo dai bambini e dai giovani? Io voglio che crescano, non mi basta che non facciano danno: ogni educatore deve desiderare che i propri allievi prendano il meglio di sé e lo mettano in circolazione. E' qui che l'idea di punizione evidentemente non funziona”. Basta l'esempio più semplice per dimostrarlo: “Il ragazzo offende la maestra, lei gli metto nota o lo sospende. Questo lo indurrà a non farlo più? E' difficile, perché punendolo l'insegnante non ha educato il suo modo di essere, lo ha solo represso”. Tornerà a sbagliare, insomma, allora serviranno altre sanzioni, sempre più gravi con l'aumentare dell'età. “E' come quando si stringe palloncino tra le mani – spiega Moreno – La bolla passa da una parte all'altra, ma non potrà sparire”. Le sanzioni, insomma, sono “evidentemente inefficaci. Il sistema giudiziario in questo è più avanzato di quello scolastico, perché con la recidiva misura l'efficacia o l'inefficacia delle proprie strategie. E perché si pone come sistema rieducativo e non punitivo. A scuola, invece, gli insegnanti ricorrono a note e sospensioni, pur essendo consapevoli della loro inutilità”. 

Tolte le sanzioni, però, come potrebbe la scuola gestire le condotte problematiche e addirittura aggressive di bambini e ragazzi? Moreno indica tre soluzioni: niente di nuovo, in verità, perché tutte queste piccole strategie “rivoluzionarie” sono già messe in atto da alcuni insegnanti (e collaboratori scolastici) particolarmente sensibili e volenterosi. “Si tratta di istituzionalizzare queste soluzioni, con un riconoscimento ufficiale da parte del ministero”, suggerisce Moreno. 

La prima strategia, particolarmente utilizzata dai maestri di strada, è il “raffreddamento dei conflitti – spiega Moreno - “Quando il ragazzo perde la testa, bisogna letteralmente raffreddarlo, fargli bere un bicchiere d'acqua, accompagnarlo fuori dal luogo che suscita le sue ire (la classe) e chiacchierarci. Una passeggiata in corridoio sa essere molto più efficace di una nota sul registro”. Questa proposta ne porta con sé però una seconda: “una figura di riferimento nei corridoi, che abbia una funzione educativa: penso sopratutto ai collaboratori scolastici, visto che tanti di loro già svolgono spontaneamente questo compito di contenimento e alcuni chiedono di avere una formazione anche pedagogica, per migliorare il loro approccio ai ragazzi. Il ministero dovrebbe avere l'intelligenza di ufficalizzare questo riconoscimento: sarebbe una grande rivoluzione con pochissimi soldi”.

La seconda strategia indicata da Moreno è quella della “riparazione”: “La scuola in questo è più indietro del sistema giudiziario, il quale ha stabilito che quando uno sbaglia bisogna offrirgli un'occasione, che sia diversa dalla prima, per aiutarlo a trovare soluzioni diverse al disagio che ha. Il sistema meramente punitivo non propone niente di nuovo. Le poche volte che un preside o un insegnante hanno sostituito la punizione con un 'lavoro socialmente utile', o con la riparazione del danno, sono stati accusati di buonismo, perfino di sfruttamento minorile! Invece proprio la riparazione deve essere istituzionalizzata, prendendo il posto della punizione. Se il ragazzo che ha commesso l'errore sarà costretto a ripararlo, avremo compiuto un bel passo avanti”. 

La terza strategia potremmo chiamarla ascolto: “Troppo spesso comminare sanzioni somiglia più a giustiziare che a fare giustizia – spiega Moreno -: nel contraddittorio tra insegnante e alunno, la voce dell'alunno quasi scompare. Dobbiamo insegnare il valore del contraddittorio stesso. In Nuova Zelanda, è stato approvato un protocollo, che si chiama Family group conference, che di fatto prevede la presenza di un portavoce dello studente in ogni sede in cui si discuta di lui. E' fondamentale che impariamo ad ascoltare la posizione dei ragazzi quando sbagliano, perché quasi sempre loro hanno le loro ragioni (più o meno buone) da difendere”. 

Infine, perché tutto ciò sia fattibile e si possa veramente realizzare una scuola senza punizioni, occorre formare gli insegnanti: “da secoli il ministero non propone un corso di formazione sul concetto di premio e punizione. E' sempre tutto rimesso alla sensibilità e alla buona volontà degli insegnanti, che quando provano strategie diverse da quella punitiva sono quasi sempre accusati di buonismo: tocca all'architetto mettere mano al progetto e non con un mero restyling, come ha fatto con il passaggio dal regio decreto del '28 al “Patto Educativo di Corresponsabilità”. Cambia il nome e qualche definizione, ma il concetto e il sistema sono immutati, dal 1928 a oggi. Tocca al ministero dare dignità e ufficialità a quelle sperimentazioni che noi maestri di strada, ma anche tanti insegnanti volenterosi, portiamo avanti da più di vent'anni. Con l'obiettivo di crescere – e non di domare – i bambini e i ragazzi che ci sono affidati”. (cl)

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