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Yoga e disabilità: praticare il Saluto al sole, restando seduti

Dodici posizioni yoga che possono essere eseguite anche dalle persone in sedia a ruote. A metterle a punto è stata Patrizia Saccà, ex campionessa paralimpica di tennistavolo e istruttrice di yoga. Un modo per aiutare sia il corpo sia la mente

06 maggio 2019

ROMA - Figlia del mondo, "vulcanica, viaggiatrice, passionale, sempre con il naso in su ad annusare la vita": così si presenta Patrizia Saccà, torinese, "corpo rotto" da quando, a 13 anni, cadde da un’altezza di tre metri. "Una donna che è energia allo stato puro": così la descrive invece Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico. Atleta in carrozzina, allenatrice di tennistavolo, di cui è 18 volte campionessa italiana, e da qualche anno istruttrice di yoga, Patrizia proprio in questa disciplina ha scoperto grandi capacità riabilitative per i "corpi rotti" come il suo, ma soprattutto per le menti aperte che non vogliono farsi inchiodare al suolo dalla propria "zavorra" e sono pronte a "far entrare la luce nelle crepe". A patto di "lasciar andare ormeggi e ancore, per navigare liberi". Liberi come i raggi che evoca nel titolo del suo libro autoprodotto, “Yoga a raggi liberi”, a cui è dedicato un articolo di SuperAbile Inail. Per Pancalli, che ne ha firmato l’introduzione, "una preziosa guida per trovare ciò che tutti cerchiamo per una vita: il centro e la radice di noi stessi. E la felicità, come risultato massimale". 

Patrizia Saccà (foto di Marren Ollmann)
Yoga da seduti

Una felicità sempre possibile e comunque perseguibile, anche quando la vita prende una direzione diversa da quella immaginata, imponendo perfino ai sogni una drastica battuta d’arresto. Patrizia, per esempio, amava correre a cavallo e prima dell’incidente sognava "di diventare una cavallerizza con il mio amato Falco Nero", racconta. "Dopo, anche solo osservare un cavallo da lontano mi faceva soffrire. Allora, forse per rivincita, mi avvicinai al tennistavolo, perché mi permetteva di competere con gli atleti normodotati". Patrizia Saccà però è anche una campionessa paralimpica e con molti trofei in casa: "Pechino è stato il mio grande sogno, arrivarci è stato importante quasi quanto un oro. Ho vinto 18 titoli italiani, poi dopo 25 anni ho sentito il bisogno di lasciar andare tutto questo, ormeggi e ancore, per continuare a navigare più libera. L’agonismo era una piccola battaglia con me stessa: ho imparato più dalle sconfitte che dalle vittorie, ed è stato un insegnamento radicale di cultura, indipendenza, socialità e benessere, ma soprattutto di umiltà. Come dico sempre ai miei allievi, è quando si accetta una sconfitta che si può cominciare a vincere". 

Lo yoga è entrato nella vita di Patrizia Saccà per caso. "Trovai un volantino in un negozio di alimenti biologici: pensai che quella disciplina potesse aiutarmi a controllare le emozioni. Era il 1991 e l’anno dopo partecipavo alle Paralimpiadi di Barcellona. Mi presentai e il maestro mi accettò: mi sedevo a terra, facendomi aiutare, e facevo gli esercizi che il mio corpo mi permetteva; per il resto cercavo di inventare". Fu così che lo yoga e la meditazione entrarono decisamente nella sua vita, con tutta la loro potenzialità, anche riabilitativa: "Se già il tennistavolo mi aiutava ad affinare l’attenzione e mi permetteva di utilizzare il mio nuovo corpo, adattandosi al mio trauma" dice, "lo yoga, con la meditazione e la consapevolezza di movimento e respiro, mi portava a una percezione sensoriale profonda per radicarmi nel presente. E in questo qui e ora, c’è apertura. Questa scoperta fondamentale, la devo alla scuola Csen, al dottor Luigi Torchio e all’insegnante Aurora Losapio, che mi hanno accettata da subito con la mia sedia e con molto entusiasmo".

Una strada così illuminante, Patrizia Saccà ha voluto indicarla anche agli altri, soprattutto a coloro che si trovano in condizioni simili alla sua. Il libro accompagna il lettore nell’apprendimento e nella pratica del Saluto al sole e delle dodici asana: tutti movimenti che possono essere eseguiti seduti sulla carrozzina, seguendo le semplici istruzioni che, con l’aiuto delle illustrazioni, Patrizia fornisce. "Il mio vuole essere un seme, da cui magari nascerà una quercia. L’obiettivo è che le federazioni di yoga includano nelle ore di studio per futuri docenti anche insegnamenti sulle disabilità motorie e creino un programma specifico. La scuola Csen, che mi ha permesso di prendere il diploma, per il prossimo corso di istruttori yoga mi ha chiesto di fare formazione sul Saluto al sole: per me è un enorme successo". 

I benefici dello yoga sono grandi, soprattutto per chi, come Patrizia, passa la giornata seduto su una sedia a ruote, spesso in posizione scorretta. Ma forse ancora più grande è il beneficio mentale: "Passare attraverso l’esperienza di un 'corpo rotto' è una sorta di corsia preferenziale per il risveglio all’attenzione, alla consapevolezza e alla resilienza in ogni singolo momento della giornata", spiega nel libro. "Si è praticamente obbligati a essere molto presenti se si vogliono compiere anche solo piccoli gesti, che sono così semplici da potersi trasformare facilmente in automatismi. Per noi niente è scontato o automatico. Lo yoga può essere defaticante e aiuta anche ad accettare la sconfitta. In piedi o seduti, sdraiati, immobili o saltellando, la vera pratica è percepire la nostra vera natura al di là del corpo-mente. Yoga e meditazione sono per tutti". 

Oggi, “Yoga a raggi liberi” è "un marchio con tanto di brevetto istituzionale che mi consente di diffondere quanto più possibile questa pratica con il fine che anima tale intento di condivisione: dare sostegno e speranza a chi ha dovuto, come me, passare attraverso l’esperienza forte di un trauma fisico e fare della propria disabilità un campo di pratica. Il mio obiettivo è che lo yoga possa arrivare a essere praticato in tutte le unità spinali dove ci sono pazienti che rimangono ricoverati per almeno tre mesi". Un’impresa in cui Patrizia Saccà crede molto, coltivando una speranza che racchiude in un’immagine: quella del vaso giapponese. "In Giappone c’è una tecnica di lavorazione della ceramica molto diffusa, che si chiama kinstugi, letteralmente riparare con l’oro. Secondo i giapponesi, il vaso rotto e riparato con le venature dorate, che sono a loro volta il risultato dell’unione dei pezzi frantumati, starebbe a significare la vita e i cambiamenti che essa porta con sé. Proprio come noi abbiamo fatto della resilienza un’arte da praticare nelle difficoltà impreviste, così anche il vaso è fiero di mostrare i segni di ciò che ha superato con fatica. Questa è la metafora che ho scelto per la mia paraplegia. Mi auguro che ognuno possa riuscire a fare di un corpo rotto o di un altro dolore, un prezioso tesoro come un vaso giapponese". (cl)

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