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Social Church

I miracoli veri, senza effetti speciali, succedono. E non solo a Natale

Social Church Chiesa e periferie esistenziali - di Laura Badaracchi

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Il domani si preoccuperà di se stesso

Il Vangelo di Matteo continua con il riassunto dei detti di Gesù. Il testo appare martellante e anche un pò apocalittico. 
La partenza della logica liturgica parte dal brano del libro Isaia che è un grido di dolore e di abbandono. Anche per questo brano le parole sono forti: Dio ma ha abbandonato, mi ha dimenticato.
La risposta è data dal Salmo che inizia le tre strofe con l’invocazione “in Dio riposa l’anima mia.”
Il testo di Paolo ai Corinti indica l’affidamento totale al giudizio di Dio e in parole semplici descrive il paradiso: “. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.”
Infine, con parole taglienti, il testo di Matteo batte il ritmo della vita: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”.
Sembra di vivere in una dimensione irreale della vita. Affidarsi a Dio significa per qualcuno affidarsi al nulla. Chi ha fede invece comprende che la vita, nei suoi ritmi dolorosi e felici, può avere soltanto in Dio “il riposo”.
 
Io non ti dimenticherò mai
 
Il primo brano descrive l’angoscia, il dolore, la solitudine di chi sta male. Chi soffre grida l’abbandono anche di Dio. Le parole vogliono esprimere l’immensità del dolore. All’abbandono si aggiunge l’oblio: quasi come effetto dell’abbandono. Chi è lasciato solo non solo è abbandonato, ma non esiste più. Ed è grave che sia opera di Dio.
Il profeta risponde alla domanda ricorrendo all’immagine della madre che non può abbandonare “il figlio delle sue viscere”.
Un raro riferimento alla maternità di Dio, che appare più tenera e anche più forte della paternità. Segue il conforto “io non ti dimenticherò mai”.
Ma anche questa rassicurazione non placa il male che imperversa. Capita di invocare il miracolo, che purtroppo non arriva.
La disperazione può arrivare al punto di invocare la morte. E sono sempre più i casi di quanti dicono: “lasciatomi morire”. Un problema serio perché da una parte la medicina allunga la vita, dall’altra la sopravvivenza diventa pesante e, a volte, senza speranza. La lunga discussione sul testamento biologico, sull’accanimento terapeutico dimostrano quanto sia difficile trovare l’equilibrio tra il dolore e il suo superamento.
 
Il domani si preoccuperà di se stesso
 
Il Vangelo, nel prosieguo delle indicazioni di Matteo, usa un linguaggio iperbolico.
“Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?”
Il significato del brano è evidente. L’attenzione non è agli uccelli del cielo o ai gigli del campo, quanto alla risposta: “Dio, non farà di più per voi gente di poca fede?”
 
A ben riflettere le parole che sembrano esagerate, contengono la verità della provvisorietà della vita umana. “E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?” e ancora: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”.
Si intuisce nel racconto tutta la sapienza della tradizione religiosa ebraica. 
La vita è un percorso precario e soprattutto non programmabile. L’attenzione alla sopravvivenza non deve superare questa precarietà, perché la vita è nelle mani di Dio.
 
Il salmo lo ricorda, ritmando il ritornello:
 
“Solo in Dio riposa l'anima mia:
da lui la mia salvezza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: mai potrò vacillare.
 
Solo in Dio riposa l'anima mia:
da lui la mia speranza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: non potrò vacillare.
 
In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio.
Confida in lui, o popolo, in ogni tempo
 
Un ritmo che rivela l’àncora su cui fondare definitivamente il tempo, le speranze, il futuro. 
E dal brano della lettera di San Paolo ai Corinti è descritta l’ultima meta. La descrizione del giudizio è esemplare:
“Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.”
I segreti delle tenebre e le intenzioni dei cuori sono i due elementi che costituiranno il giudizio. In altri termini si scoprirà la “verità” tanto cercata e non trovata in vita e la corrispondente responsabilità di ciascuno, secondo i comportamenti seguiti. La finale non è disastrosa, ma lucente, perché ciascuno “riceverà da Dio la lode”.
E’ il momento finale che è in continuazione con la vita terrena. Il cerchio che è iniziato con la nascita, termina con il giudizio, chiudendosi in Dio, come da Dio era nato.
Guardando in prospettiva, le vicende terrene appaiono così passeggere, instabili, relative: si riesce così a comprendere le parole dell’evangelista che apparivano troppe severe: non si può servire due padroni.
Le risorse umane sono relative a una vita che solo in Dio potrà avere senso. Il resto è in continuità con la visione che vede Dio al centro della creazione: dalla nascita alla fine.

19 Febbraio 2017 – Anno A
VII Domenica Tempo ordinario
(1ª lettura: Is 49,14-15 - 2ª lettura: 1Cor 4,1-5 – Vangelo: Mt 6,24-348-48)
 
 
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