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La speranza è il risultato di esperienze vissute, proiettate nel futuro

Sono due i grandi temi, concatenati tra loro, che la liturgia di questa domenica ci offre: la gioia di aver creduto in Cristo, pur non avendo assistito alla sua risurrezione e il modo come vivevano le primitive comunità cristiane.
Questa domenica era chiamata in albis (vestiti bianchi) perché gli adulti che avevano indossato la tunica bianca, essendo stati battezzati nella notte di Pasqua, in questa domenica la dismettevano. Giovanni Paolo II l’ha dedicata alla “misericordia” seguendo la mistica polacca san Faustina Kovalska.
Nei testi si esprime il senso di speranza e di futuro che le rassicurazioni degli Apostoli avevano comunicato ai primi convertiti. Tra tutti si erge la figura di Pietro che, con chiarezza e sicurezza dichiara: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo”.
E sono descritte anche, con parole semplici, le pratiche di culto che le primitive comunità vivevano nel nascondimento e spesso nelle persecuzioni: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo.”
 
Speranza di salvezza
 
Il testo della prima lettera di Pietro insiste sulla speranza di una salvezza eterna. La speranza è la fiduciosa attesa di un futuro positivo perché si realizzi qualcosa che si desidera. E’ un sentimento comune, presente nella vita di chiunque.
Per quanto riguarda la religione, la speranza ha il grande valore di affidarsi a ciò che non si vede e che comunque si crede. Un atto di fiducia enorme, circondato da dubbi e da incertezze.  
La speranza parte da una base che si sente propria, molto diversa dal sogno e dall’illusione. E’ il risultato di esperienze vissute, proiettate nel futuro. Positive perché permettono il completamento di quanto si è iniziato a vivere.
Il destinatario della speranza è Dio. Immaginato, vissuto e creduto ciascuno secondo la propria storia. Se Dio è l’interlocutore della speranza, il contenuto è la salvezza. In questo termine si riassumono tutti i limiti, le contraddizioni e le cadute vissute. Salvezza della propria vita fisica, tormentata da malattie e morte. Salvezza dell’anima, circondata da un’immensità di dubbi, fino ad arrivare alle angosce. 
La salvezza è l’ultimo termine di una vita che non si vuole più precaria e incerta.
Solo Dio può garantire il futuro felice. Fuori dal tempo e dallo spazio, nello splendore della verità.
 
Per questi motivi il salmo 117 può ripetere:
“Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore.
 
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.”
 
La risposta umile e concreta delle comunità
 
Gli Atti degli Apostoli, in un celebre passo molto citato, racconta la vita delle prime comunità cristiane.
“Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.”
Un ritratto veritiero e sincero della vita delle prime comunità dei credenti cristiani. La loro vita è fatta di preghiera, nel tempio poiché erano ebrei e nelle case, perché era loro proibito celebrare pubblicamente, dove ripetevano il gesto della cena.
E’ impressionante la simultaneità di preghiera e di condivisione. Non c’era scissione tra il pregare e l’agire, ma agivano pregando e pregavano agendo.
Erano neofiti e per questo si sentivano particolarmente uniti, come tutti i perseguitati a causa della loro fede.
Anche oggi molti cristiani soffrono per la fede, fino a temere per la propria vita.
Nella vita delle nostre comunità è rimasta l’unità tra la fede e la carità, anche se la tentazione è quella del culto, al quale non segue una fortissima condivisione dei beni e delle risorse.
E’ comunque presente e profondamente incarnata la capacità di non lasciare la fede alla sola sfera dell’adesione delle intelligenze, ma di confermare la fede perché sia “operosa”.
Nello scenario sempre più laicizzato, i cristiani si distinguono perché i dettami del Vangelo scendono nella concretezza dei gesti e delle opere.
Siamo spesso criticati e tacciati di “buonismo”: come potremmo altrimenti invocare l’unico Dio e chiamarci fratelli e sorelle.
Il destino di tutta l’umanità è affidato alla sensibilità di chi segue le proprie idealità: per i cristiani la fratellanza è una certezza e non un optional.
Saremmo altrimenti traditori e contraddittori per quanto preghiamo.
 
23 Aprile 2017 – Anno A
Domenica in Albis
(1ª Lett.: At 2, 42-47– 2ª Lett.: 1 Pt 1, 3-9 – Vangelo 20, 19-31)
 
 
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