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Spesso la serenità, la giustizia, la felicità passano attraverso la sofferenza

La riflessione della liturgia di questa domenica si orienta decisamente verso la costruzione delle prime comunità cristiane. Negli Atti degli Apostoli, per bocca di Pietro, si costruiscono le fondamenta della nuova religione.
Alla domanda centrale rivolta a Pietro “che cosa dobbiamo fare?”, gli Atti rispondono senza giri di parole: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”.
La prospettiva è un’adesione di fede che inizia con il battesimo, al quale sarà aggiunto il dono dello Spirito santo. E’ l’atto iniziale e formale dell’adesione a Cristo.
Il salmo, la seconda lettura e il Vangelo si orientano sulla figura del pastore, parte integrante della futura comunità. Una figura molto comune e facilmente comprensibile da tutto il popolo. Già Dio Padre era considerato il pastore: lo stesso titolo è attribuito a Cristo per confermare la continuità con l’opera divina.
 
Dice infatti il salmo:
“Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.
 
Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. 
 
Siete stati chiamati
 
Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Pietro, è riassunto l’atteggiamento di Gesù nella vita, ma soprattutto nella sua missione di salvezza: “non commise peccato/ insultato e maltrattato non minacciò vendetta/portò sul suo capo i nostri peccati/ da popolo errante i cristiani sono stati ricondotti al vero pastore che è Cristo”.
In questo inno è riassunto l’atteggiamento di Cristo di fronte alle persecuzioni. Appare come un permettere l’ingiustizia, nell’umiliazione procurata da chi vuole il male.
In realtà l’affidamento alla giustizia divina è l’unico appello che può essere fatto da chi è perseguitato ingiustamente.
Una conferma indiretta che la riparazione dal male porta con sé il peso della sofferenza. Un’esperienza che è più comune di quanto si immagini. Spesso la serenità, la giustizia, la stessa felicità passano attraverso la sofferenza: per allontanare il proprio orgoglio, le proprie sicurezze. Quasi che il bene abbia bisogno, nella vita, di un contrappasso di fatica e di dolore. E forse è così, nel mistero profondo tra la vita e la morte.
Nulla è dato per scontato; nulla può essere regalato. Una dura lotta fatta di sacrifici, perseveranza, onestà permette di raggiungere risultati significativi.
Se poi il confronto è con Dio, solo l’affidamento a lui garantisce la forza per essere fedeli e perseveranti.
 
Perché abbiano la vita
 
Il Vangelo di Giovanni ama la figura del pastore e del gregge.  Usa spesso l’immagine del padre/figlio per illustrare il rapporto di Gesù con Dio.
La figura del pastore/gregge è più orientata alla missione e alla costruzione della comunità. Gesù stesso è dichiarato porta. Riferimento sicuro per chi vuole appartenere alla comunità dei credenti. Da cui una duplice responsabilità. Da parte di chi è chiamato a far da guida e anche da chi cerca la guida. 
La descrizione della relazione è piena di tenerezza: chiama le persone; le riconosce una per una; cammina davanti a loro. Una riflessione che riguarda i sacerdoti, chiamati ad adempiere, in nome di Cristo, la funzione di unità. Una responsabilità grande e soprattutto una grazia e una vocazione. La meta non riguarda le opere, le organizzazioni, le buone prassi, ma la salvezza. Una meta che non si può dimenticare, con il rischio di mancare la dimensione più profonda e vera di tutta la religiosità.
Da parte del popolo la stessa misura della salvezza è alla base delle relazioni con la propria guida. C’è una reciprocità: non esiste guida senza popolo e non c’è popolo senza guida.
E’ l’organizzazione della Chiesa che risponde ad esigenze umane, perché ogni gruppo deve essere organizzato, ma anche ad esigenze spirituali, per non perdere lo specifico di una comunità religiosa.
Il tutto per essere fedeli interpreti del messaggio e dell’opera di Cristo: una consequenzialità che si basa sulla fede, necessaria per continuare nella storia l’opera del redentore.
7 Maggio 2017 – Anno A
IV Domenica dopo Pasqua
(1ª lettura: At 2, 14a.36-41 - 2ª lettura: 1 Pt 2, 20b-25 – Vangelo: Gv 10, 1-10)
 
 
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