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Dolcezza e rispetto, virtù che accompagnano

In questo periodo dopo Pasqua, la liturgia si sofferma nel raccontare che cosa è avvenuto dopo la morte e la risurrezione di Gesù. Si nota, nei brani degli Atti degli Apostoli e delle Lettere di San Pietro un grande entusiasmo. Si raccontano le conversione, il clima, l’adesione di persone felici di aderire al messaggio del Nazareno.
Il clima è entusiastico, quasi irreale. Le parole degli Atti non lasciano dubbi: “Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città”. E’ il classico clima dei neofiti. Il gruppo che segue gli Apostoli nella conversione di molti è caratteristico di una comunità, osteggiata all’esterno, ma lieta di appartenere alla nuova religiosità. Lo stesso clima che si può riscontrare ancora oggi in popolazione nelle quali il cristianesimo è minoranza. Si pensi alle persecuzioni in paesi a religione mussulmana o a religioni orientali.
Nonostante questo clima, il linguaggio non è mai ristretto a piccola setta, ma è allargato alla visione di Dio che incoraggia e offre sempre più dettagli per la nuova religiosità.
Viene qui ripetuta la presenza dello Spirito. Significa che c’è continuità tra la vita e le parole del Signore, è indispensabile la trasmissione del suo messaggio tramite gli apostoli per garantire continuità e fedeltà. Nessuno può inventare qualcosa che non sia stato indicato da Gesù. Gli Apostoli che hanno assistito alla sua vita pubblica ed ascoltato le sue parole, si fanno scrupolo di riferire quanto hanno vissuto.
La presenza dello Spirito, che è poi la continuazione di Dio, garantisce che nulla di sostanziale vada perduto.
Una linea di continuità che persiste anche oggi: nessuno, nel cristianesimo, ha avuto mai la pretesa di aggiungere qualcosa che non fosse riferimento diretto alla parola e alla vita del Signore. E’ questo uno dei segreti della continuità del cristianesimo per oltre venti secoli. E’ possibile ascoltare, approfondire, interpretare ma mai manomettere il messaggio divino. E’ un problema delicato perché quella stessa parola deve adattarsi alle mutate condizioni di cultura e di tempi che sono molti diversi da quelli vissuti da Gesù e dagli Apostoli.
Le discussioni, la teologia, la pastorale, la legge sono chiamati a rimanere nel solco “evangelico” pur in presenza di mutate condizioni economiche, sociali e culturali.
 
Imponevano loro le mani
 
Imporre le mani è un gesto semplice con il quale chi ha autorità invoca la presenza di Dio e con un gesto largo, rivolto al cielo con le braccia, rassicura la presenza dello Spirito.
Un gesto ripetuto tutte le volte che si invoca una benedizione particolare. In liturgia è un gesto solenne utilizzato in varie circostanze: per il sacramento della Confermazione e dell’Ordine. Ma l’imposizione si utilizza per la consacrazione delle vergini, nella benedizione degli Abati, nel canone della Messa e in molte altre benedizioni. Può significare l’elezione di una persona a un determinato ufficio, la trasmissione di un potere o di un carisma, la consacrazione di una persona, la purificazione di un influsso demoniaco.
E’ comunque l’invocazione e la certezza della presenza di Dio in una circostanza particolare.
La caratteristica dell’invocazione dello Spirito è sottolineata da un’indicazione di san Pietro sul modo di comunicare la buona novella. 
 
Dolcezza e rispetto
 
Siate pronti, dice l’Apostolo “sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.”
La dolcezza e il rispetto si collegano direttamente a Cristo. Egli, nel suo annuncio non ha adoperato né arroganza né autoritarismo, ma ha semplicemente proposto. Gli esempi sono molti: dai miracoli che non hanno avuto riconoscenza, al giovane ricco che rifiuta l’invito a seguirlo.
Ma anche nei momenti drammatici, come la passione, non si vendica con i discepoli che l’hanno abbandonato, ma si rivolge al suo Dio per essere confortato.
Dolcezza e rispetto sono virtù difficili. Non sempre la Chiesa ha adoperato, nel tempo, queste virtù. Spesso è stata impositiva e aggressiva. A queste virtù si collega la misericordia. Un sentimento, ma anche un modo di agire che accompagna, invece di allontanare, è accanto invece di giudicare.
Da quando la Chiesa è diventata istituzione la tentazione di essere impositiva è stata forte. Le sue indicazioni, le sue leggi, i suoi costumi sono diventati comandi, dimenticando che il Vangelo non è legge, ma proposta.
La vita del Signore è piena di episodi che narrano il suo modo di dialogare. Non sopporta la doppiezza e la superficialità, ma non collega mai le sue parole a vendette e a sensi di colpa utilizzati per adempiere dei doveri. 
A differenza dell’Antica legge, la proposta rimane soave.
Questo approccio non significa giustificare il male, ma rispondere con sincerità alle proposte evangeliche.
Infatti il brano di Giovanni mette in collegamento la fede con le opere: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.
In parole semplici significa che alla base del rapporto tra fede e comportamenti c’è il collegamento della fiducia. Chiunque osserva le indicazioni di Dio, lo fa perché esiste un’adesione colloquiale e di valore con l’azione del Signore.
Un’impostazione che è contraria alla logica dei comandi e delle pene, ma fonda il suo valore sulla credibilità e sulla fiducia.
 
21 Maggio 2017 – Anno A
VI Domenica di Pasqua
 (1ª Lett.: At 8, 5-8.14-17 – 2ª Lett.: 1 Pt 3, 15-18 – Vangelo 14, 15-21)
 
 
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