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Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo

Dopo la parabola del seminatore, il capitolo 13mo del Vangelo di Matteo, suggerisce tre parabole, sempre legate alla vita quotidiana: la nascita delle erbacce nel campo, il granello di senape e il lievito. Dopo la semina, il campo viene osservato mentre cresce il grano. Appare la zizzania: con questo nome si comprendono tutte le erbacce che nascono insieme al grano. Un problema serio perché, non esistendo allora sostanze chimiche capaci di seccare piante indesiderate, la pulizia del campo avveniva manualmente. La parabola suggerisce di aspettare la mietitura, separando il grano dalla zizzania. La seconda parabola, riferita al buon seme porta l’attenzione al piccolo seme di senape che fa nascere un grande albero; infine il lievito permette alla farina di diventare pane.

La spiegazione delle tre parabole è riassunta direttamente dal Vangelo: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno.” Il clima dunque del brano è nella risposta alle parole di Gesù. Chi lo segue è un buon discepolo; chi lo rifiuta finirà nella Geenna. Può sembrare semplicistico lo schema, ma le parole dirette ed esplicite danno sicurezza ale parole del Signore.
Egli si pone non solo come messaggero di buone intenzioni, ma si propone come colui che determina la salvezza delle anime: “Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!”
In queste parole c’è un passaggio di autorità. Il Signore si pone in comunione con Dio. Non è più e solo il messaggero, ma diventa giudice, in unità con il Padre.
Le sue parole non sono solo esortative, ma diventano determinanti per la propria salvezza. Si compie così il mistero dell’incarnazione.
Cristo è venuto nel mondo a rivelare il volto del Padre. Ma non è solo profeta; è “Figlio” di Dio: espressione cioè vivente, comprensibile e vissuto sulla terra di Dio stesso.
Le sue parole possono essere disattese e la sua sequela disobbedita: ma le conseguenze non sono indifferenti. Esiste un giudizio che unisce le possibilità date nella vita alle risposte che ciascuno intende dare.

Padrone della forza tu giudichi con mitezza 

I piccolo brano della Sapienza esprime due caratteristiche prevalenti di Dio, che rivelano il suo volto.
La prima dice: “Non c'è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose.” L’aver cura di tutte le cose risponde alle domande di ogni esistenza umana: “donde e dove”.
Il donde risponde alla domanda del mistero della nascita: fenomeno al quale assistiamo ogni giorno, pieno di misteri profondo. Che cosa fa sì che una pianta, un animale, la persona stessa possa generare. Non solo come puro atto generativo, ma pieno di potenzialità che nel tempo si espliciteranno nell’età adulta e poi cesseranno con la fine della vita biologica.
La ricerca biologica suggerisce processi, principi di azione, contenuti dello sviluppo, ma non arriva a definire il principio della vita.
Nei secoli, il problema è stato posto anche al di fuori della religiosità: nessuno è riuscito a dire l’esatto principio ispiratore della vita.
La seconda espressione del Libro della Sapienza è ancor più disarmante: “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.”
Un Dio particolare e insolito. Pur potendo imporre il dominio, Dio agisce con mitezza e molta indulgenza.
C’è la mescolanza tra forza creativa e affetto. Un insieme che non bisogna mai dimenticare, parlando di Dio. Il rapporto tra Dio e gli uomini non è impostato solo come creatore-creatura, ma anche come padre-figlio.
Il rapporto diventa dunque relazionale che, senza dimenticare la distanza tar il creatore e la creatura offre al rapporto una dimensione benevola: in fondo mitezza significa proposta e indulgenza significa affetto.


E’ l’invocazione del salmo 85:
“Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t'invoca.
Porgi l'orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche”.

Allora i giusti splenderanno come il sole

L’atteggiamento di Dio non elude il giudizio. Il richiamo alla giustizia, intesa come considerazione profonda e totale delle occasioni date, ridà verità ai comportamenti umani. Mentre le piante e gli animali rispondono alle leggi di natura che offrono armonia ed equilibrio. L’uomo, dotato di intelligenza e volontà, può agire – anche se in limiti predeterminati – liberamente.
La giustizia è l’esame con il quale Dio, che tutto vede e considera, esprime il giudizio sulle sue creature.
Egli le ha creato le creature e desidera che ritornino a sé, ma non può nascondere verità. Il giudizio diventa necessario, indispensabile per dare verità alle azioni umane. E’ il ritorno del bene e del male, del grano e della zizzania, raffronto che non può essere scavalcato.

23 Luglio 2017 - Anno A
Domenica XVI Tempo ordinario
(1a Lett.: Sap 12, 13. 16-19 – 2a Lett.: Rm 8, 26-27– Mt 13, 24-43)

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