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La mia parte è il Signore

Due espressioni riassumono il senso della liturgia di oggi: “Ti concedo un cuore saggio e intelligente”, parole riservate al re Salomone e la seconda espressione tratta dal salmo 118: “la mia parte è il Signore”.
In contesti molto diversi, la lode al re Salomone, celebre per la sua saggezza e la preghiera del salmista in un canto di lode, accentuano un atteggiamento che sembra scontato, ma che in realtà è difficile da seguire nella vita concreta delle persone; accogliere la logica di Dio.

La risposta di Dio alla preghiera di Salomone è eloquente: “Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te”

Il salmo, preghiera di lode e di ringraziamento, è di ampio respiro; il salmista parla con Dio ed esprime sinceramente sentimenti di fiducia e di affidamento:
“La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d'oro e d'argento.

Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.

Perciò amo i tuoi comandi,
più dell'oro, dell'oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.

Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici.”

Queste parole destano meraviglia perché presuppongono un grado di spiritualità molto alto. Sembrano addirittura assurde perché affidano a terzi la sapienza, frutto di conoscenza. Lo spirito moderno ha accentuato sul proprio io la responsabilità preceduta dalla conoscenza. Non si potrebbe dunque affidare a chiunque fuori di sé – fosse anche Dio – la “sapienza”.
Le teorie generali sulla vita sembrano oggi scomparse per lo lasciare spazio alla propria coscienza, frutto di elaborazione personale e soggetta a evoluzioni e a cambiamenti, La domanda centrale resta; la creatura umana è capace di sintetizzare la vita dell’universo e quella propria, così da dedurre principi generali di orientamento per sé e per la società in cui vive?
Di fatto la risposta accetta un orientamento “essenziale” per una convivenza possibile, per poi concedersi la libertà di “pensare” secondo il proprio sentire. Questo processo produce frantumazione e volatilità: per ogni argomento ciascuno deduce e “sponsorizza” una propria opinione, con il risultato che la cultura di popolo, di fatto scompare e si assesta su sintesi più o meno maggioritarie, senza curarsi degli effetti che tale modo di procedere procurano alle generazioni future.
Forse anche per questo atteggiamento le risse, gli odi, la difesa intransigente della propria opinione creano dissapori e rancori, senza possibilità di dialogo. Ognuno si sente genio e santo; intoccabile e invincibile: in realtà esprime solo la propria opinione. 

Predestinati, chiamati, giustificati, glorificati
Un breve passo della Lettera ai Romani affronta il tema della predestinazione. Un rompicapo che sembra attribuire a Dio la salvezza o la perdizione, con la conseguenza che le azioni degli uomini non avrebbero valore, perché Dio avrebbe stabilito tutto dall’inizio, con la sua volontà.

La predestinazione, nel concepire umano immerso nel tempo, indica un inizio prima che incominci un’azione. Nella dimensione di Dio non esiste il tempo. Egli vede tutto all’istante, senza il prima e il dopo. Quando quindi si parla di predestinazione attribuendo a Dio una volontà antecedente ai fatti della vita, si parla di un’attività con parole umane che non si addicono a Dio. Egli vede il prima, il durante e il dopo contemporaneamente: per questo motivo conosce i risultati delle vicende umane, ivi compresi il bene e il male che l’uomo nel tempo può compiere. Dio rispetta l’agire umano e conosce tutti dettagli della sua condotta: per questo motivo conosce i risultati della vita.
Non lo determina: semplicemente li ha presenti tutti e in profondità.

I beni preziosi
Nel breve brano di Matteo sono narrate tre parabole: il tesoro del campo, le pietre preziose, i pesci del mare. Tutte e tre esprimono un concetto spesso dimenticato. Solo se si intravvede un “tesoro” o una “pietra preziosa”, si può desiderare di possederla. Fuori dalla parabola: solo se si vede nel messaggio di Cristo qualcosa che valga la pena di essere accolto, si può cercarlo, studiarlo, comprenderlo, abbracciarlo.

Altrimenti diventa un peso oppure qualcosa di ininfluente. E’ la storia di molte religiosità rimaste periferiche. Non scoperte come desiderabili, ma semplicemente tramandate e accolte con “tiepidezza”. Forse la responsabilità è anche di chi non riesce a narrare il Signore e  la sua vita come qualcosa di grande e di bello.
Soprattutto offre libertà e indica la strada della felicità.

30 Luglio 2017 – Anno A
XVII Domenica Tempo ordinario
(1ª lett.: 1 Re 3, 5. 7-12 - 2ª lett.: Rm Rm 8, 28-30 – Vangelo: Mt 13, 44-52)

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