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"Essere pazienti, in ricordo delle proprie debolezze"

La liturgia di oggi offre lo spunto per una riflessione seria tra i sentimenti di giustizia e di perdono. Un problema che attraversa la storia delle persone e dei popoli. L’impostazione dei testi da una parte offre la “saggezza” di comportamenti umani che aiutano a vivere serenamente, dall’altra ispirano a un atteggiamento totalmente evangelico.

Il libro sapienziale del Siracide esorta:
“Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.”

La vendetta è un sentimento umano comprensibile, ma non lecito. Vendicarsi significa porsi allo stesso livello di chi ha offeso. La risposta adeguata è quella del perdono; viene suggerita non solo in termini umani, ma religiosi:

“Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?
Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,
come può supplicare per i propri peccati?
Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,
come può ottenere il perdono di Dio?”

Il ragionamento religioso è semplice: ognuno può procurare del male altrui. Come Dio però è capace di perdono, così ogni creatura umana deve essere in grado di essere misericordiosa. Il brano conclude: “Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.”
Le motivazioni per essere tali dipendono dalla concezione che si ha di se stessi: chi può dire di non aver sbagliato, di non aver offeso, di non aver procurato dispiacere? Dunque ci sia la capacità di essere pazienti, in ricordo delle proprie debolezze.
Questo passaggio che dovrebbe essere logico è dimenticato. Frutto sicuramente di superbia. Si dimentica, per un attimo chi si è, per diventare giudici e vendicatori. Il senso di giustizia che si invoca spesso è la copertura della vendetta.
La vendetta sembra attutire il perdono, in realtà inquina l’anima e acuisce la sofferenza. Dio, che pure ha tutti i diritti di essere inflessibile, è invece misericordioso.
Questa impostazione illumina tutta la visione della vita dei singoli e dei popoli. E’ l’invito evidente di non soggiacere alle dinamiche umane, ma di elevare la propria concezione della vita verso la convivialità, la tolleranza e quindi il perdono.
Impegno molto difficile quando ci si sente offesi e umiliati, con conseguenze gravi anche per la propria esistenza.

Settanta volte sette

A Pietro che chiede a Gesù quante volte bisogna perdonare e moltiplica il perdono per sette volte, Gesù risponde settanta volte sette. E’ un modo di dire biblico che corrisponde alla parola “sempre”.
Matteo, a questo punto innesta una parabola. Il protagonista è un “servo” che si vede condonato dal re un grande debito. Subito dopo quello stesso servo diventa aggressivo e intransigente con un suo compagno». Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
La situazione nella nostra società è lontana mille miglia dalle relazioni compassionevoli. Abbiamo ereditato addirittura dalla cultura romana i codici diritto civile e di diritto penale. Nei secoli le leggi che regolano le relazioni non hanno nessun riferimento né al perdono, né alla misericordia. Quest’ultimi sentimenti sono relegati nel privato. Purtroppo anche all’interno della Chiesa si è orientati alla prassi civilista.
Non rimane che appellare alla coscienze: anche se si tratta di una vera e propria sconfitta. La storia della Chiesa stessa non è improntata all’esercizio della misericordia. In alcune epoche addirittura si è assistito a vere azioni di arroganza e di dominio. Recentemente Papa Bergoglio insiste molto sulla misericordia. Almeno applicarla per vite difficili e in pericolo!
Stanno prevalendo sentimenti di paura e di chiusura. Non è un buon auspicio per la visione cristiana della vita.


17 Settembre 2017 - Anno A
XXIV Tempo ordinario
(1a Lett.: Sir 27, 30 - 28, 92Lett.: Rm 14, 7-9 - Vangelo Mt 18, 21-35)

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