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Redattore Sociale

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La vita terrena ha un suo percorso che riporta all’infinità di Dio

La  risposta di Gesù data ai farisei e agli erodiani: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» è una di quelle frasi spesso ripetute, attribuendo
alle parole significati diversi e anche contrapposti.
Il contesto della frase è la sfida che le autorità di Israele al tempo di Gesù pongono al Messia.
La questione fondamentale è il rapporto che si doveva avere con l’occupazione romana e il pagamento  delle imposte. Le posizioni erano diverse: c’è chi si rifiutava energicamente a ogni contatto (zeloti), chi invece era per una sopportazione delle imposte, in cambio della libertà religiosa (farisei). Tali posizioni erano sorrette da principi ireligiosi o dalla necessità di un modus vivendi possibile. C’era chi rifiutava di tenere con sé una moneta che, avendo stampata un’effige dell’imperatore, appariva come idolatra e chi invece non rispondendo teoricamente cercava un modo pratico di sopravvivere. Che Gesù abbia chiesto di far vedere una moneta che i suoi interlocutori tenevano in tasca significa che era abbastanza usuale utilizzare le monete dell’occupatore romano.

Nella storia della Chiesa

Nella storia si sono verificati due orientamenti a proposito del denaro e dell’economia. Da una parte coloro che hanno tentato di tenersi lontano dalle logiche mercantili. A questo proposito moltissimi, lungo i secoli, hanno invocato una povertà non solo individuale, ma anche collettiva.
L’esempio più evidente sono i francescani che, nella misura più ortodossa, non potevano possedere nemmeno i loro conventi. A fianco del voto di obbedienza e di castità non manca mai il voto di povertà, creando un circuito stretto e cosciente di distacco dalle proprie volontà (obbedienza), dal soddisfacimento della sessualità (anche maritale) e infine dal possesso dei beni.
L’altra corrente di interpretazione ha utilizzato le parole di Gesù come una libertà di distaccare la gestione delle cose materiali, dalla dimensione spirituale.
C’è tutta una evoluzione di questa teoria che porta di fatto a gestire l’economia con le regole proprie del mercato.
Una tendenza che ha origine addirittura nel XIII con la discussione se il denaro dovesse produrre nuovo denaro o se invece dovesse essere sterile.
La teoria dell’utilizzo del denaro come fonte di guadagno ha prevalso, grazie anche all’apporto delle dottrine protestanti che hanno accolto la ricchezza come benedizione di Dio. Oggi non si intravvedono problemi di gestione del denaro da parte dei cristiani sia laici che chierici, con l’unica indicazione di gestire le cose come “buoni padri di famiglia”.
In realtà non esiste nemmeno nella dottrina sociale della Chiesa, una linea che valorizzi la povertà come strumento di spiritualità e di sequela evangelica. Problema molto delicato che non risparmia nemmeno esagerazioni e scandali.

Non c’è nulla fuori di me

Il brano del profeta Isaia eleva la mente a un pensiero puramente spirituale:
«Io sono il Signore e non c'è alcun altro, fuori di me non c'è dio; ti renderò pronto all'azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall'oriente e dall'occidente
che non c'è nulla fuori di me.
Io sono il Signore, non ce n'è altri».

E’ il ricordo della nostra condizione di fronte a Dio. La vita terrena ha un suo percorso che riporta all’infinità di Dio, a prescindere dalle capacità di accumulazione di beni.
Sembra questo un richiamo inutile, perché nel frattempo occorre vivere e anche dignitosamente.
La dottrina sociale della Chiesa, ad opera soprattutto degli ultimi Pontefici, ha insistito molto sull’utilizzo del denaro come strumento di bene  comune, superando la tentazione dell’accumulo esagerato.
A nulla sembrano sortire effetti i richiami del salmo:

«Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: “Il Signore regna!”.
Egli giudica i popoli con rettitudine.»

In mancanza di riferimenti certi e generali non resta che appellare alla propria coscienza e alla propria sensibilità. Il confine che segnano le parole del Signore è la doppia dimensione umana e spirituale che ognuno deve stabilire.
I gradi di questa sensibilità difficilmente possono essere attribuiti per legge. Solo una grande spiritualità può far scegliere il grado del distacco dalle ricchezze.
Tale grado si impersona in ogni storia: perché ciascuno vive la condizione che cambia da individuo a individuo. La sicurezza economica della propria vita dipende da sentimenti, emozioni, ricordi e paure.
Solo Dio potrà giudicare se saremo stati fedeli discepoli del suo invito.


22 Ottobre 2017 – Anno A
XXIX Domenica Tempo ordinario
(1ª lettura: Is 45.4-6 - 2ª lettura: 1 Ts 1, 1-5b  – Vangelo: Mt 22, 15-21)

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