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"Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona"

Nel celebre passo del profeta Isaia che oggi leggiamo, si esprime tutta la tenerezza e l’attenzione di Dio nei confronti dell’umanità. E’ un passo significativo perché descrive l’atteggiamento di Dio nei confronti delle creature umane.
Il passo richiama le prime parole della Genesi, quando la scrittura parla del compiacimento del creatore per quanto ha chiamato all’esistenza.
E’ un atteggiamento benevolo, amorevole, attento a che quella creazione sognata e che, nel momento delle difficoltà, viene aiutata a riprendere salute e soprattutto la direzione giusta per come era stata pensata.
Il salmo 22 esprime, con linguaggio poetico, la convinzione del pio israelita nei confronti di Dio:

« Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.»

In queste parole si riassume la felicità presente e quella futura: sono sicuro – dice il salmista, nella vita ma anche dopo la morte, di sperare di “abitare nella casa del Signore”. Il tempo viene scandito con le parole “per lunghissimi anni”, quasi a dire “avrò dimora per sempre”. 

E’ lo stesso concetto che esprime san Paolo, nella lettera ai Corinti, quando al termine del brano, rassicura: « L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte.» La morte infatti esprime negatività, limite, distacco, potremmo chiamarla sconfitta. Con la morte infatti ogni speranza di azione, anche buona, viene interrotta.
La visione dunque che i brani biblici ci suggerisce è la visione di un percorso che parte dalla bontà del creato che continua nel tempo, fino a diventare eternità.

 La prospettiva finale

Il brano del Vangelo di Matteo è stato spesso interpretato negativamente: un giudizio finale che condanna, secondo i parametri della giustizia umana.
Non è così: è invece la narrazione del vissuto e dell’immersione di Dio nella storia. Il brano non tratta dei sentimenti, delle emozioni, delle relazioni personali di ciascuno con Dio. Vuole esprimere invece i contenuti e il metodo della sequela di Dio.
La creazione si era concretizzata con la vita sulla terra; il giudizio che Dio ci riserva è immerso nella stessa vita. Non si tratta – come spesso viene interpretata – di una visione personalistica ed intima.
La conclusione della vita rimane in linea con la creazione. Le parole del giudizio; « Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» sono la conseguenza del progetto originario. Dio vuole tutti felici; la convivenza umana è misurata sulla capacità di rendere felici chiunque. Per questo le situazioni fragili sono fatte emergere, perché dall’aiuto dato alle persone in difficoltà, si comprende se è stato accolto il progetto di Dio.
Sono indicate le situazioni difficili perché quelle facili – le persone che non hanno fame, sete, ignude … - hanno facilmente raggiunto gli scopi per cui sono nate.
Il problema dunque per chi non è in condizione: da qui l’impegno di chiunque ad aiutare chi era in difficoltà.

Il messaggio è di una novità assoluta, richiama quanto aveva scritto chiaramente San Giovanni: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13, 34)

Non si tratta dunque di una indicazione evangelica negativa, ma di una prospettiva che porta al rispetto reciproco e quindi alla felicità. Ritornano le parole della Genesi a proposito della creazione: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno». (Gn 1, 31)

26 Novembre 2017 – Anno A
N.S. Gesù Cristo, re dell’universo
(1ª lettura: Is 45.4-6 - 2ª lettura: 1 Ts 1, 1-5b  – Vangelo: Mt 22, 15-21)

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