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Drammatica è la condizione umana: non resta che accoglierla

Il brano del libro di Giobbe è di una tristezza infinita. E’ la descrizione di quanti sono malati: in tutti i tempi e in tutti i luoghi. E’ la descrizione senza futuro. Il brano non lascia nessuna via di uscita e nessuna speranza. Le parole di consolazione non servono, perché rimangono solo parole e il dolore rimane a chi lo soffre.
E’ una delle domande più frequenti rivolte a Dio che si dice buono: perché permettere tanto male per una creazione che si preannunciava felice?  La realtà dei fatti smentisce il sogno di una vita armoniosa.
Il brano del Vangelo non dà la risposta, ma indica la strada di un possibile comportamento accanto alla malattia. Sembra drammatica la condizione umana: non resta che accoglierla.

Notti di affanno

Con linguaggio di grande realismo il brano racconta l’angoscia umana.
«L'uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d'un mercenario?
Come lo schiavo sospira l'ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi d'illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: "Quando mi alzerò?".
La notte si fa lunga
e sono stanco di rigirarmi fino all'alba.»

C’è chi maldestramente tenta di dare consolazioni verbali che invece di incoraggiare, intristiscono ancora di più. Di fronte al male occorre fare silenzio. Le risposte razionali dicono che qualcosa non ha funzionato, geneticamente o per motivi sopraggiunti. Ma a che servono le spiegazioni tecniche se non offrono soluzioni?

E’ la conclusione di Giobbe:
«I miei giorni scorrono più veloci d'una spola,
svaniscono senza un filo di speranza.
Ricòrdati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene.»  

Una strofe del salmo 146 offre un barlume di luce:

«Dio …
Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.»

Per questo infatti sono venuto

La risposta ci viene dal Vangelo. La liturgia, grazie al Vangelo di Marco, dapprima ha illustrato la funzione di maestro del Signore, per passare al suo comportamento. Narra della guarigione della suocera di Pietro e di molti altri con le parole: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.»

Nella posizione di oggi, oltre alla scienza, non esiste alcuna risposta se non quella di essere accanto a chi sta male.
Sembra un atteggiamento inutile, eppure, in alcune drammatiche circostanze, solo la presenza amorevole è utile. La solitudine aggrava il male e la disperazione. La presenza solleva dalla malattia. Spesso prolunga la vita, fino a quando le forze fisiche dei corpi lo permettono.
La persona è un insieme di connotati fisici, emotivi, relazionali. Il benessere è l’insieme dell’armonia che connota la felicità.
Da qui l’impegno congiunto per rendere l’esistenza meno grama possibile. C’è sempre un equilibrio da rispettare tra interventi sul corpo e interventi dell’anima. Ed è la persona che sceglie di vivere o di morire.
Come ha scritto il Papa, citando il Catechismo della Chiesa cattolica, a volte «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire.»
Accompagnare non significa guarire, ma voler bene. Situazioni drammatiche che fanno parte della vita.
La speranza è suggerita dal salmo, per chi ha fede:
« Grande è il Signore nostro,
grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.» 

Non è una spiegazione, ma ricerca della compagnia.

4 Febbraio 2018 – Anno B
V DOMENICA TEMPO ORDINARIO
1ª Lett.: Gb 7, 1-4. 6-7 - 2ª Lett.: 1 Cor 9, 16-19.22-23 - Vangelo Mt 8,17

 

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