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"E' soprattutto la capacità di voler bene che vince la paura"

La liturgia di questa domenica insiste ancora sulla malattia della lebbra. Il Levitico, libro delle prescrizioni, impone dettagliatamente il comportamento da seguire in caso di lebbra. Una malattia che faceva paura, perché, nell’antichità non avevano strumenti per combatterla. Inoltre era interpretata, per il suo evolvere, come sinonimo di impurità. Era il sacerdote che diagnosticava la malattia e l’eventuale guarigione. Tecnicamente è chiamata morbo di Hansen (dal nome dello scopritore).
Ogni anno 200 mila persone sono colpite da questa malattia. Celebre, dagli anni ’70, la lotta alla malattia con l’associazione di Raoul Follereau, un giovane intellettuale francese che ha dedicato la sua vita contro la lebbra. E’ riuscito ad ottenere dall’ONU, la giornata mondiale dei malati di lebbra (ultima domenica di Gennaio).
Nei paesi occidentali il bacillo è combattuto ed è praticamente scomparso.
Il quadro offerto per una malattia ritenuta infamante, è ancora attuale per altre condizioni che fanno paura, ma fanno anche vergognare chi ne è afflitto.
E’ una storia che si ripete continuamente e sembra invincibile. Le persone “diverse” sono giudicate male, allontanate e messe al margine.
Il gruppo prevalente, quando incrocia un individuo diverso, pone lo “stigma” (il timbro) per marchiare chi non è come tutti. Le conseguenze sono isolamento e disprezzo.
La storia fortunatamente, con le notizie scientifiche, è riuscita a debellare molti pregiudizi e inutili paure.
Ma è soprattutto la capacità di voler bene che vince la paura. 

Abiterà fuori dall’accampamento

L’espressione del Levitico è la manifestazione evidente dell’arretratezza della concezione del lebbroso. E’ vero che la malattia, ritenuta contagiosa, veniva combattuta con le poche conoscenze che i popoli antichi avevano, ma il vincolo creato tra la malattia e la religione ha in qualche modo avallato il legame tra il male e il peccato.
Una concezione dalla quale non riusciamo a liberarci: non avendo spiegazioni, si attua un salto di qualità che pone il problema fisico con quello morale, determinando un corto circuito che lega strettamente il peccato al male, senza possibilità di spiegazione.
Ne deriva una concezione di Dio austera e – per qualche drammatico caso – crudele. Un Dio senza pietà e misericordia: inspiegabile di fronte alla sofferenza.

E’ la sottolineatura che il salmo 31 evidenzia.

“Beato l'uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l'uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno. 

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato. 

Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò

Il Vangelo racconta l’episodio tra Gesù e il lebbroso. Il clima e i comportamenti sono ben lontani dalle prescrizioni del Levitico. Non solo il lebbroso non è allontanato, ma è avvicinato e toccato. Rimprovereranno a Gesù questi e altri gesti apparentemente contrari alla legge. Ma la differenza della “buona novella” è propri qui. San Paolo, nella Lettera ai Filippesi scriverà: ““Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c'è qualche conforto frutto della carità, se c'è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”. (Fil 2, 1-5).
Il centro del messaggio non è esteriore (rispetto della legge), ma interiore, capace di trascendere le imposizioni. Esempi di “trasgressione” apparente alla legge sono molti: Gesù guarisce di sabato, i suoi mangiano spighe di grano nel giorno sacro; chiama i suoi avversari (scrivi e farisei) ipocriti e sepolcri imbiancati.
L’esteriorità dei comportamenti è qualcosa di negativo perché tradisce l’intimo delle intenzioni. L’unico atteggiamento accettato è quello del bene, dell’affetto, dell’amore, della sincerità verso tutti.
Per questo sono compresi anche coloro che venivano definiti “impuri”: peccaminosi per condizione, da tenere lontani.
Tra le fonti francescane viene citato un episodio che qualche studioso indica come l’inizio della conversione di S. Francesco d’Assisi: “"Un giorno che stava pregando fervidamente il Signore, sentì dirsi: “Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce; e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai dolcezza grande e immensa soavità”.
Felice di questa rivelazione e divenuto forte nel Signore, Francesco, mentre un giorno calcava nei paraggi di Assisi, incontrò sulla strada un lebbroso. Di questi infelici egli provava un invincibile ribrezzo; ma stavolta, facendo violenza al proprio istinto, smontò da cavallo e offrì al lebbroso un denaro, baciandogli la mano. E ricevendone un bacio di pace, risalì a cavallo e seguitò il suo cammino. Da quel giorno cominciò a svincolarsi dal proprio egoismo, fino al punto di sapersi vincere perfettamente, con l’aiuto di Dio.
Trascorsi pochi giorni, prese con sé molto denaro e si recò all’ospizio dei lebbrosi; li riunì e distribuì a ciascuno l’elemosina, baciandogli la mano. Nel ritorno, il contatto che dianzi gli riusciva repellente, quel vedere cioè e toccare dei lebbrosi, gli si trasformò veramente in dolcezza.”
Sembra un episodio puerile; invece è la manifestazione della lotta alla diversità. Del non volere più allontanare ed emarginare i diversi. Oggi, se non si riferiscono ai lebbrosi, ci sono molte altre paure da superare. La scelta è vasta e quotidiana: soprattutto rende felice. 

11 Febbraio 2018 – Anno B
VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO
1ª Lett.: Lv 13,1-2.45-46 - 2ª Lett.: 1 Cor 10,31 - 11,1 - Vangelo 1, 40-45

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